di Giuseppe Musto

Napoli – Il 14 novembre 2017, alle ore 15,00 presso il Salone “Federico” della Cgil CampaniaVia Torino-Napoli la Federhand/Fish Campania sarà lieta di ospitare HamdanJewe’i Abu Ryan, con cui collabora in Palestina per la promozione dei diritti delle persone con disabilità.Hamdan   racconterà la sua incredibile storiaattraverso un libro “Il cammino di Hadam” dell’Edizione Luce, con una prefazione di Luisa Morgantini,Vice Presidente Parlamento Europeo che dal 1988 con “Associazione per la Pace” ed “AssopacePalestina” organizza viaggi di conoscenza e solidarietà in Palestina e Israele.«Hamdan avanza, con il suo passo, deciso e inarrestabile: il suo corpo si appoggia agile sulle stampelle e spinge i piedi – uno dopo l’altro – ruotandoli verso l’interno. Un cammino speciale: partito dalla stanza di un campo profughi a Betlemme – chiusa per 11 anni – senza sole né amore».Una catena di reclusioni intersecate fra loro: i problemi alla nascita, la malattia, l’isolamento, la stanza della vergogna, il campo profughi, la Palestina. Quella che lui racconta qui è la sua incredibile storia Una storia fatta di reclusione e sofferenza per una disabilità dalla nascita che viene vista e percepita come stigma in un mondo dove, a complicare tutto, c’è da sempre un continuo stato di guerra. A una vita oggettivamente difficile, condotta in un posto oggettivamente difficile Hamdan sorride, disarmato e disarmante, mostrando la sua vera forza di giovane uomo che lotta per la pace.«Sono la classica vittima di vecchi retaggi culturali della società palestinese. Un figlio disabile è in tutto e per tutto uno scandalo. Lo è per diverse ragioni. Può essere considerata una punizione divina per una colpa pregressa della famiglia, o più semplicemente perché un disabile nella mia terra è solo un peso di cui farsi carico. Lo “Stato” non aiuta in alcun modo, né dal punto di vista economico, né sanitario, i disabili. I parenti allora hanno paura di doverti mantenere a vita, fratelli e cugini poi temono di non riuscirsi a sposare poiché la gente li eviterà essendoci io come consanguineo, terrorizzati all’idea di avere figli disabili a loro volta. È così che i primi 11 anni della mia vita li ho passati chiuso nella mia stanza in una casa nel campo profughi del Deisheh, a Betlemme, tenuto nascosto a vicini e parenti».A parlare è HamdanJewei, palestinese di 32 anni, nel corso di un’intervista rilasciata per lasciare la sua testimonianza di vita anche nelle scuole dove viene invitato a “raccontarsi”. Nato con gravi malformazioni agli arti inferiori e divenuto uno dei più convinti e combattivi attivisti per i diritti dei disabili nella sua terra. Hamdan cammina a fatica, con le stampelle, gli viene presto l’affanno, la sera è pieno di dolori, ma da quando è uscito dalla sua stanza non si è più fermato. «In Palestina i disabili sono il 7%, secondo stime al ribasso», mi spiega. «Il 70% di questi ha malattie congenite, mentre il 30% è disabile a seguito di violenze o scontri armati. Le leggi a nostra tutela in realtà ci sono, ce n’è una del 1999 e una convenzione Onu sottoscritta dall’Autorità Palestinese nell’aprile 2014, ma è difficile, per un motivo o per l’altro, farle rispettare. Tutto è difficile per un motivo o per l’altro quando si è sotto occupazione militare. Circa il 50% dei palestinesi disabili non sa né leggere né scrivere: le scuole non sono attrezzate per accoglierci e manca personale competente. Spesso si fanno classi solo di disabili, cosa che rende tutto più difficile».«Tu come hai imparato a leggere e scrivere?»«Ho preso ad andare a scuola solo dopo gli 11 anni, quando è finita la mia segregazione. Per fortuna sono abbastanza sveglio e riuscii a recuperare in fretta quello che mi ero perso. Anche perché, nel limite delle mie possibilità, avevo provato a imparare da solo, senza che i miei lo sapessero. Poi le lingue straniere le ho imparate dopo, grazie ai miei soggiorni all’estero, grazie alle infermiere e ai volontari che ho incontrato. Oltre all’arabo parlo inglese e italiano».Oggi Hamdan è tornato a vivere in Palestina e con la sua famiglia ha un rapporto bellissimo. Io non resisto a chiedergli come ha fatto a perdonarli: «Alla fine siamo esseri umani e la mia famiglia era semplicemente vittima dei pregiudizi della società nella quale era cresciuta e viveva. Mi sono detto che non era colpa loro se mi avevano trattato così e ho lavorato per eliminare dal più profondo del mio cuore qualsiasi forma di risentimento. Anche perché da quando sono libero, ho girato il mondo, ho una vita mia, il loro atteggiamento nei miei confronti è cambiato completamente».Quella di migliorare le condizioni di vita dei disabili nel suo Paese è diventata per Hamdan una missione. Nel corso degli anni ha lavorato per diverse organizzazioni, nei più svariati contesti, tentando qualunque via. Tutt’oggi è parte di una grossa campagna di supporto ai palestinesi con problemi fisici e mentali, nonché sostenitore di progetti di solidarietà. Quello che tuttavia stupisce più di tutto è sentire del suo attuale lavoro. Si potrebbe fare il gioco del “colmo”. Qual è il colmo per uno che ha difficoltà a camminare? Fare la guida turistica.Hamdanè una guida turistica, ennesimo miracolo della sua forza di volontà. Non una guida turistica ordinaria, bensì “an alternative tour guide”, come si definisce lui stesso: «Accompagno gente da tutto il mondo in visite ai campi profughi e ai luoghi più rappresentativi del conflitto israelo-palestinese. Mostro loro la vera vita dei palestinesi sotto occupazione, parlo loro della nostra cultura, del nostro cibo, della nostra lingua e, per forza di cose, di tutto il mondo della gente disabile».

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