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Quando ogni scusa è buona per inveire contro i musulmani: il caso di Rozzano

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Rozzano – Come da titolo ogni scusa è buona per puntare il dito contro l’Islam, apparendo finanche penosamente ridicoli al limite dell’inverosimile agli occhi di uno spirito più critico. Lo dimostra la cronaca degli ultimi giorni, il polverone mediatico sollevato di recente a Rozzano. L’antefatto in breve: nel comune lombardo, in provincia di Milano, il preside Marco Parma dell’Istituto Comprensivo Garofani avrebbe bandito il Natale dalla scuola. Di fatto avrebbe in realtà semplicemente detto no alla proposta di due mamme che si sarebbero candidate, senza alcuna richiesta, per insegnare ai bambini dei canti cristiani in attesa del Natale. Il signor Parma avrebbe inoltre deciso di cambiare il nome del prossimo concerto natalizio in “concerto d’inverno”.

Fin qui appare obiettivamente contestabile solo il secondo punto. Tanto per citare Shakespeare e la celebre scena del balcone di “Romeo e Giulietta”: “Cosa v’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome”. Del resto lo stesso segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, in un editoriale su “Vita pastorale”, avrebbe giudicato ridicola la scelta di “camuffare” il Natale – mai termine fu più giusto – sotto mentite spoglie. Quanto al primo punto però, indipendentemente dal contenuto delle canzoncine, chi o cosa obbliga un preside ad accettare la proposta di due mamme che sono figure esterne alla scuola a insegnare qualcosa agli allievi? A cosa servirebbero allora i docenti con il loro percorso di studi alle spalle, certificato e quanto?

Poi, come in tutte le occasioni, ecco apparire all’orizzonte la politica che cerca di cavalcare l’onda mediatica nella speranza di raccattare voti. Subito Matteo Salvini e Mariastella Gelmini sono accorsi fuori l’istituto comprensivo, fra la folla dei genitori in protesta. Il primo con un presepe sotto al braccio. La seconda intenta a intonare “Tu scendi dalle stelle”. Attorno molti genitori che non volevano rappresentanti politici, di quella politica che per anni ha tagliato fondi e futuro alla scuola italiana e adesso si finge paladina restituendole il Natale. Poi immensa ignoranza: gente che urlava “Viva il duce!” e “Mi è scappato perché so’ fascista”. Giovani che rimpiangevano i tempi da loro mai vissuti della dittatura di Mussolini e altri off-topic analoghi. Immancabile la curva di genitori che inveiva contro i musulmani e gli immigrati che “al Paese nostro devono adeguarsi alle regole nostre” e dall’altra i genitori musulmani che, a loro volta intontiti, non capivano. Si guardavano attorno con aria smarrita, dichiarando di essere anche loro lì per difendere il Natale perché: “Anche noi lo festeggiamo. Gesù è anche un nostro profeta”.

E infine ieri sera la messa in onda di un episodio della nota trasmissione “Ballarò” costruito sul nulla. Dopo un servizio sull’Istituto Comprensivo Garofani che mostrava limpidamente quale fosse la situazione, è seguito un dibattito in studio che verteva sugli immigrati in Italia. Forse non è chiaro che il nocciolo della questione sia un altro. Il problema non sono gli immigrati, non è l’Islam. Non è neanche difendere le nostre tradizioni, assolutamente legittimo e sacrosanto. Il punto è la necessità di stabilire una volta e per tutte cosa sia davvero una scuola laica. Stop. Finché non ci si mette tutti d’accordo le beghe non finiranno mai. Il caso Rozzano è nato non “per non offendere gli studenti musulmani”, ma “in nome di una scuola laica”. E sebbene molti italiani reputino le tradizioni cattoliche un tratto distintivo della propria identità culturale, va ricordato che ci sono anche molti atei o agnostici intolleranti, rigorosamente italiani, che in quelle tradizioni affermano di non riconoscersi. Per inciso: l’intolleranza non è una prerogativa religiosa. Non è neanche culturale. Così come esistono cattolici o musulmani intolleranti, sebbene non tutti lo siano, anche alcuni atei possono esserlo. Ed è da anni che anche questa categoria rivendica la scomparsa dei crocifissi dalle scuole e la liberazione da ogni forma velata di “indottrinamento e catechismo”. Anche a costo di sacrificare i lavoretti di Natale o le poesie di Pasqua. Il “nemico” non è lo straniero. Il nemico non esiste. C’è solo una divergenza di opinioni e tanta difficoltà nell’organizzare una sana convivenza.

L’Italia dunque non vuole una scuola cattolica ed è giusto. Rivendica una scuola laica, ma l’opinione pubblica degli italiani è confusa circa la sua applicazione: è una scuola in cui tutti possono professare il proprio culto o una scuola che rifiuta ogni riferimento a qualsiasi religione? Nel primo caso “i musulmani devono adeguarsi ai nostri costumi”, nel secondo “i musulmani minacciano la nostra identità culturale”. Non saranno forse, questi islamici, un po’ un capro espiatorio per tutto? Se vogliamo una scuola libera dalle religioni allora aboliamo definitivamente tutte le ferie scolastiche legate al culto cattolico: dal Santo Patrono di paese al Natale, da Ognissanti alla Pasqua. Lasciamo solo le festività laiche come il giorno della Liberazione, la Festa dei Lavoratori o quella della Repubblica. In quanti sarebbero veramente disposti a farlo? Se invece vogliamo difendere la nostra tradizione cattolica, perché nelle scuole prima del Natale festeggiamo anche l’anglosassone festa pagana di Halloween?

Il problema è questo: che il Natale si è ridotto a una mera tradizione. Ecco. Niente più. Una festa simpatica, colorata, con un’atmosfera piacevole e un’ottima occasione di affari per le grandi industrie… Tuttavia un giorno per molti, dal punto di vista concretamente religioso, vuoto. Un ospite in studio, don Fabio Corazzina, parroco di Santa Maria in Silva a Brescia, ha osservato loquacemente come sia curioso che chi difenda con tanto ardore presepio e canti di Natale poi non lotti con la medesima passione per il messaggio di apertura verso tutti del Vangelo. Verso tutti, nessuno escluso. Riuscite a immaginare voi un Gesù Bambino che dalla sua mangiatoia inveisce contro gli immigrati intimando loro di tornarsene da dove sono venuti?

Di Valentina Mazzella