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Anniversario numero ventitré della morte di Pier Vittorio Tondelli, intellettuale trasgressivo dimenticato da un’Italia bigotta e pseudo-moralista

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NAPOLI – Esattamente questo stesso giorno di ventitré anni fa ci ha lasciato uno scrittore immenso, il correggese Pier Vittorio Tondelli. Morto a soli trentasei anni, affetto da AIDS in un letto d’ospedale a Reggio nell’Emilia, l’intellettuale è stato un punto di riferimento fondamentale per la cultura di quell’epoca: precursore nel nostro paese della “generazione dei cannibali”, con la sua letteratura pulp è diventato fin subito un caso letterario noto in Europa e nel resto del mondo. Emblema di un’intera generazione, quella dei favolosi anni Ottanta, Pier Vittorio nasce il quattordici settembre del 1955 in un paesino della provincia emiliana, Correggio, verso il quale nutre un duplice rapporto di odio e di amore: sebbene, difatti, lo scrittore non rinnegherà mai le sue origini, fin da ragazzino sa di volere ben altro, desidera oltrepassare quei confini così stretti e soffocanti e diventare un «altro libertino». Non appena termina gli studi al liceo classico locale, infatti, a diciannove anni si iscrive al DAMS di Bologna, facoltà frequentata da talenti che, alla sua pari, hanno segnato la storia del secondo Novecento italiano: il fumettista Andrea Pazienza, lo scrittore Enrico Palandri e il cantante Roberto Antoni, detto “Freak”, scomparso lo scorso febbraio. Oltre questi geni in potenza, a tenere lezioni di calibro eccelso vi erano Gianni Celati e Umberto Eco, influenti e decisivi per il lavoro del giovanissimo Pier. Un simpatico aneddoto, infatti, è narrato dallo stesso Tondelli in un suo articolo, dove racconta di aver incontrato, dopo la laurea, il professor Eco, affermatosi come scrittore grazie a Il nome della rosa. Lui, che era nel frattempo divenuto una giovane promessa letteraria grazie al suo romanzo d’esordio, appena si avvicina per salutarlo, gli ricorda che il ventinove nell’insegnamento di Semiotica è stato il voto più basso del suo libretto costellato di trenta; per tutta risposta, il docente controbatte dicendogli che è stato meglio così, poiché lo ha spronato ad imboccare una strada decisamente più ampia e dinamica rispetto alla ricerca universitaria. Esperienza formativa utile alle ossa quanto al cervello di Pier Vittorio, è sicuramente la leva obbligatoria: durante i mesi trascorsi sotto le armi, lo scrittore pubblicherà le sue esperienze presso le testate «La Nazione» e «Il Resto del Carlino», in una rubrica con il nome Il diario del soldato Acci. Tutti questi scritti, poi, saranno rivisti dall’autore in modo organico e romanzato, pur senza mai perdere la loro matrice pasticciata, e pubblicati in Universale Economica Feltrinelli nel romanzo Pao Pao, acronimo di “Picchetto Armato Ordinario”, il servizio da ufficiale svolto da Tondelli presso l’Esercito Italiano. Mentre la vita, tra il CAR di «Orvietnam» e le mura ingrigite della caserma di Roma, prosegue in modo monotono, in ogni sprazzo vuoto, nelle libere uscite, nei pensieri e nelle licenze, l’esistenza del protagonista si riempie e si colora grazie a storie di ogni tipo e ad avventure indimenticabili. Nel 1980, Pier Vittorio Tondelli esordisce, però, con il suo libro culto, Altri libertini, edito sempre da Feltrinelli. Il volume, inizialmente concepito come un romanzo, è poi partorito sotto forma di sei racconti lunghi: si compone di storie nelle quali ogni particolare descritto simboleggia l’aspetto contestatore ed anticonformista di un decennio in cui i giovani, delusi dalla politica e dalla speranza di un mondo migliore, si rifugiano spesso nell’edonismo più sfrenato, bevendo e provando ogni tipo di droga. Questa gioventù bruciata, apparentemente in balia di se stessa, nel profondo, non ha mai rigettato le loro radici, conserva ancora una lontana parentela con il romanticismo che nel cuore, sotto le camicie Brooks Brothers, fa ancora pulsare un ultimo baluardo di rivolta e di ideali. Nonostante il suo primo libro avesse avuto molto successo, non mancarono le critiche da parte delle istituzioni per il linguaggio acre, spesso forte e pungente, non privo di bestemmie e di imprecazioni, ma  Pier, nonostante tutto, proseguì la sua opera e sbocciarono altri tre romanzi nonché Dinner Party, commedia teatrale pluripremiata al festival di Rimini. Omosessuale in un’epoca in cui tiranneggiavano i pregiudizi e il moralismo, questo è forse l’aspetto della sua vita che rende Pier Vittorio Tondelli un tipo molto introverso, ma allo stesso tempo un vero e proprio esempio per tutte quelle persone più disagiate di cui egli stesso, seduto fuori l’osteria del suo paesino, amava ascoltare le storie per trarre qualche spunto: non mancano mai, infatti, iniziative a lui intitolate da parte delle associazioni Arcigay di tutta Italia. Sebbene l’autore sia contemporaneo, è comunque ancora oggi oggetto di studio presso i maggior atenei del paese, e proprio nella sua terra, a Correggio, è stato istituito il “Centro di Documentazione Pier Vittorio Tondelli”: qui non mancano mai le famose serate dedicate a lui, nel corso delle quali studiosi, amici e conterranei, tra cui il cantautore Luciano Ligabue, si riuniscono per un’analisi approfondita dei suoi testi, dei messaggi che ci hanno lasciato, e che rappresentano le nostre origini letterarie. Bisogna dire, però, che quel ragazzaccio ci ha tirato un brutto scherzo. Se n’è andato per colpa di una malattia tuttora oscura, ci ha abbandonati senza neppure salutarci e ci ha lasciato solo Rimini e Camere separate, con la speranza che, attraverso la libreria e il ricordo dei suoi lettori, possa ancora vivere in un paese che non lo ha meritato. Riposa in pace, Pier.

di Paolo Leardi

 

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