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Erri De Luca assolto: la parola contraria è stata risparmiata

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TORINO – Erri De Luca è stato assolto e la parola contraria è stata risparmiata: ecco finalmente dopo due anni l’epilogo dell’estenuante vicenda giuridica che ha coinvolto lo scrittore napoletano con l’accusa di istigazione a delinquere per aver dichiarato che “La TAV va sabotata” in un’intervista dell’Huffington Post (un sito web del gruppo L’Espresso) il 1° settembre del 2013. Otto erano i mesi di reclusione che la procura di Torino aveva richiesto per lui lo scorso 21 settembre. Poi lunedì 19 ottobre l’ultimo processo e finalmente il cosiddetto lieto fine: l’assoluzione accolta con applausi, abbracci e baci allo scrittore.

Erri è stato assolto perché il pm ha messo a verbale che “il fatto non sussiste”. Assolto perché una condanna per “reato di opinione” sarebbe stata vergognosa e avrebbe costituito nel suo genere un caso senza precedenti di retaggio fascista. Erri è stato assolto perché ha pronunciato una frase senza erigersi a mandante di nessuno. Assolto perché dopo la dichiarazione incriminante non hanno avuto luogo episodi di sovversione diversi da quanti non ce ne fossero stati già prima della fatidica intervista inchiodante. Pertanto è decaduta l’accusa di istigazione a delinquere perché non si riscontra alcun rapporto di causa-effetto tra la sua affermazione e i furiosi episodi in Val di Susa. In ultimo Erri è stato assolto perché a trionfare in aula non è stata solo la libertà di parola, ma anche il vocabolario italiano. Assolto perché “sabotare” non ha esclusivamente un’accezione violenta e terroristica; ha un secondo significato figurale inteso come “intralcio di un’opera o di un progetto affinché non abbiano successo” riconducibile alle decorose proteste pacifiche.

Dalla denuncia a oggi Erri De Luca non si è mai lasciato scoraggiare. Ha fatto della frase che l’aveva fatto accusare ‘la propria preghiera’ e ha accolto l’incriminazione ‘come il suo primo premio letterario’. Dietro al banco degli imputati lo scrittore si è comportato come fosse la dignità fatta persona. Ha parlato al pubblico ministero leggendo un discorso il cui testo è reperibile per intero sul blog “Fondazione Erri De Luca”. Uno dei principali argomenti di difesa dello scrittore e dei suoi avvocati, Gianluca Vitale e Alessandra Ballerini, è che l’articolo del codice penale a cui l’accusa ha fatto riferimento risale al 1930, epoca fascista, e che il principio che sarebbe stato necessario tutelare in questo specifico caso fosse invece quello dell’articolo 21 della Costi­tu­zione circa la libertà di pen­siero. De Luca ha difeso ancora una volta “l’uso legittimo del verbo sabotare nel suo significato più efficace e ampio” e ha dichiarato di essere “disposto a subire la condanna penale per il suo impiego, ma non a farsi censurare o ridurre la lingua italiana”. Sono stati offerti a testa alta esempi concreti di manifestazione non violenta citando Gandhi  e Mandela fino alle lotte dei movimenti operai o ai semplici scioperi che bloccano la produzione. “Per me, da scrittore e da cittadino, la parola contraria è un dovere prima di essere un diritto” sottolinea Erri e, citando Pasolini, Goethe e Rushdie aggiunge che “se dalla parola pubblica di uno scrittore seguono azioni, questo è un risultato ingovernabile e fuori del suo controllo”.

“Non è una mia vittoria” ha spiegato lo scrittore subito dopo la sentenza. “È stata impedita un’ingiustizia, quest’aula è un avamposto sul presente prossimo. Oggi torno a essere un cittadino qualunque, ma la Val di Susa resta una questione che mi riguarda”. Al termine dell’udienza De Luca, come aveva programmato già da tempo, ha anche partecipato a una grande cena tutti insieme con gli attivisti del movimento, molti dei quali presenti in aula, tra cui Alberto Perino. Del resto fino all’ultimo l’autore napoletano non ha mai ritrattato di considerare la Tav un’opera inutile da sabotare per il disastro ambientale e i pochi vantaggi economici che se ne potrebbero ricavare come stimato dagli ambientalisti e i periti dei vari settori. “Concludo confermando la mia convinzione che la linea di sedicente alta velocità in Val di Susa va ostacolata, impedita, intralciata, dunque sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo, dell’aria, dell’acqua di una comunità minacciata” ha ribadito ancora davanti al pm il 19 ottobre.

Intanto Alberto Mittone, il legale di Ltf (la Lyon-Turin Ferroviaire, l’azienda francese committente dei lavori preliminari in Val di Susa da cui è partita l’accusa), ha commentato così la sentenza : “Aspettiamo le motivazioni, ma essere arrivati al processo superando l’udienza preliminare significa che la frase di De Luca era equivoca. Rispettiamo la decisione del giudice, non ne faremo una battaglia campale, ma nei momenti di tensione sociale ci sono dei limiti che soprattutto gli intellettuali dovrebbero rispettare”. Linea di pensiero che, se in passato tante volte fosse stata abbracciata, non avrebbe garantito i tanti progressi sociali ed economici di cui oggi possiamo vantarci.

Non c’è che dire. Senza ombra di dubbio un processo che ha fatto molto discutere di sé, inizialmente presentato come un tentativo da parte della magistratura di censurare la libertà di espressione e oggi, per il suo esito, elogiato come raro episodio di giustizia italiana in cui è stata ripristinata la legalità dell’articolo 21.

De Luca ringrazia per la grande solidarietà che ha ricevuto dalle persone che lo hanno sostenuto,  non solo in Italia. Sembra molto stupito in particolar modo del calore ricevuto dalla Francia. Al Journal Du Dimanche dichiara: “è come se fossi un cittadino francese in ostaggio presso un altro Stato. Sono cittadino italiano e lo rivendico, ma voi mi avete quasi adottato”.  A dispetto del silenzio dei colleghi italiani a cui lo scrittore rende “la responsabilità della loro assenza” in una battaglia simbolo, molti intellettuali e politici soprattutto francesi si sono mobilitati in diverse occasioni nel corso di questi due anni arrivando addirittura a esporsi affinché il processo venisse accantonato. E proprio a questo proposito cascano alcune malelingue. Voci d’oltralpe avrebbero, infatti, asserito che Francois Hollande avrebbe personalmente telefonato al premier italiano Matteo Renzi per persuaderlo a concedere un atto di clemenza nei confronti di Erri De Luca. Ovviamente tutto smentito con non poco fastidio da Palazzo Chigi.

I commenti negativi non si fermano qui. C’è chi asserisce che i paragoni offerti dallo scrittore in tribunale non fossero appropriati perché “l’Italia del 2015 non è l’impero coloniale inglese e neanche il regime dell’apartheid del Sud Africa” e soprattutto perché “Erri De Luca non è un Gandhi o un Mandela” come sentenzia il senatore del Pd Andrea Marcucci, presidente della commissione Cultura a Palazzo Madama.  Altri sottolineano che se esprimere un’opinione non rappresenta reato, ciò non esoneri tuttavia dalle responsabilità che ognuno dovrebbe impegnarsi ad assumersi delle proprie parole. E infine abbiamo chi ritiene che l’assoluzione di De Luca sia stata figlia dello status di personaggio pubblico che lo scrittore possiede in quanto tale e che, se fosse stato davvero una persona comune, sarebbe stato condannato. C’è da appuntare però in risposta a tale osservazione che, se De Luca non fosse stato un noto intellettuale, le sue idee non sarebbero state rese di dominio pubblico e, pronunciate probabilmente in un appartamento privato, non sarebbero stati riconosciuti loro tanto carisma e responsabilità, principi da cui inizialmente l’accusa per l’appunto si era mossa.

“On n’arrête pas Voltaire”, ossia “Non si arresta Voltaire” sono le parole pronunciate dal generale De Gaulle nel 1968 per sostenere la libertà di manifestazione del pensiero e citate in una delle udienze dall’avvocato Gianluca Vitale. Oggi che il peggio è passato, possiamo tirare un sospiro di sollievo e scherzosamente affermare alla luce dei recenti fatti che “Anche De Luca non si arresta ”. Dunque tutto bene quel che finisce bene. Forse un po’ meno per la sventurata Val di Susa.

di Valentina Mazzella

 

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