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Correva l'anno 1972.

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Napoli – Non erano stati ancora concepiti i telefoni cellulari.
Oggi, nel 2015 di “Ritorno al Futuro”, questi piccoli e leggerissimi gingilli tecnologicamente evoluti condizionano esistenze, cambiano abitudini e rischiano di soppiantare consuetudini ben più collaudate. Si flirta con il telefono, ci si mette in mostra scattando foto demenziali che, se unite al social network per antonomasia, ci rendono tanto stupidi quanto egocentrici.
Capaci di far sentire al centro dell’universo perfino il nostro vecchio e sordo cane paraplegico che dorme beato sulla sua branda puzzolente. Anche lui è apparso al mondo telematico, in più di un’occasione, in più di uno scatto.
Non ho mai osato chiedergli se fosse felice di questa cosa, del suo momento di popolarità e dei molteplici “mi piace” paraplegici che fioccavano a vanvera. Credo di poter affermare con certezza che non mi avrebbe risposto. Ed è stato stato meglio così.
Il silenzio ci pone dinanzi allo specchio infame della realtà, misera o gratificante che sia, questo Wilson lo sa, ne sono sicuro. E’ molto più maturo di me.
Ma veniamo ai lati positivi.
Il cellulare può sostituire la sigaretta, farci smettere, o quasi, di fumare.
Interviene nei momenti di noia, nei momenti di tensione dovuta ad un femminone da intrattenere con la chiacchiera superficiale, quella dei “che fai nella vita” e dei “sei diversa da tutte le altre, sei intrigante”.
Con connessione internet, se tecnologico, o con il semplice scorrere della rubrica.
L’importante è la parvenza d’impegno che ci si mette nel farlo, nel tenerlo tra le mani, fingendosi impegnati e con lo sguardo serio, manco steste leggendo “La metamorfosi” di Kafka o pensando a come rappresentare il Nulla, problema esistenziale che anni addietro ha scomodato illustri antenati.
Grattata al naso, lisciata di capelli e telefonino.
Sguardo spaesato, fronte sudaticcia e ancora telefonino.
In una “posteggia” che non vedrà mai l’alba, ma solo il tramonto.
La mia pillola nostalgica di questa sera va a tutti i giorni che abbiamo impiegato per arrivare al suo numero di cellulare.
Ad ogni singola frase che abbiamo riprovato, tutta d’un fiato, davanti allo specchio per chiederle di uscire la prima volta.
A tutte le pettinature spettinate che ci siamo inventati per apparire carini.
Ma più di ogni altra cosa, a tutti gli squilli che ci siamo scambiati da un 3310, ogni qualvolta ci pensavamo, subito dopo il tenero sms della buonanotte.
Cosa ci resta di quel sano, spontaneo, e per nulla artefatto imbarazzo?

di Jacopo Menna

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