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Giappone: addio agli studi umanistici. Il governo nipponico taglia i fondi e gli atenei eliminano le facoltà “inutili”

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Giappone – “A cosa servono le facoltà umanistiche? Non danno sbocco lavorativo. Di poesia e filosofia non si campa. Che le abolissero pure”: quante volte abbiamo ascoltato delle considerazioni del genere? Magari siamo studenti di Lettere, di Storia o di Lingue e sicuramente ne saremo rimasti profondamente feriti. Allo stesso tempo le medesime parole ci avranno innervosito e infervorato perché nel profondo crediamo sempre, sebbene non sia una verità assoluta, di essere gli unici studenti italiani ad aver scelto il proprio percorso di studi per passione, a differenza di tutti gli altri nostri colleghi che inseguirebbero unicamente il sogno del vile denaro. Oppure studiamo Ingegneria o Medicina e spesso abbiamo espresso lo stesso punto di vista citato sopra. Non importa. Potremmo anche essere dei laureandi in Astrofisica o in Biologia ed essere comunque sinceramente affascinati dagli studi umanistici. Di nuovo, non importa.

A far piovere polemiche questa volta non sono post e frasi scritte sui social in uno scambio di opinioni, ma una notizia che di recente arriva da Sol Levante: il Giappone ha davvero deciso di chiudere, o comunque limitare in maniera spiazzante, le facoltà umanistiche. Per iniziare il Governo nipponico taglierà ben il 40% dei fondi destinati agli atenei nazionali in cui si studino materie umanistiche e scienze sociali.

I rettori di 86 università nipponiche hanno ricevuto una circolare ministeriale in cui venivano invitati caldamente ad abrogare gli studi umanistici a favore di “qualcosa di maggiore utilità sociale”. Parole che suonano come un oltraggio. Ancora di più quando si leggono i sondaggi raccolti dal noto quotidiano giapponese “Yomiuri Shinbun” secondo cui 26 università nazionali avrebbero già da luglio seguito le direttive del Ministero e 17 hanno segnalato la disponibilità a interrompere i corsi di laurea considerati “inutili”: Letteratura, Storia e Filosofia seguite anche da Legge, Economia e Sociologia. Non scendono invece a compromessi le Università di Tokyo e di Kyoto. Grosso modo però l’offerta formativa delle facoltà umanistiche in futuro sarà “fuffa” insegnata in Giappone solo presso gli atenei privati.

Il Ministero dell’Educazione nipponico giustifica la scelta facendo appello al basso tasso di natalità giapponese degli ultimi anni e di conseguenza a una presunta scarsa necessità di nuovi insegnanti nella scuola pubblica. Pertanto si preferisce puntare sugli atenei che formino gli studenti con materie di uso più pratico e soprattutto capaci di soddisfare le moderne esigenze del Giappone. “Il governo considera la formazione universitaria parte della sua strategia economica e vuole favorire i programmi scientifici per aumentare la competitività del Paese a livello globale”: sono le parole comparse sul quotidiano giapponese “Asahi Shimbun” il giorno dopo la decisione. Insomma, ciò che importa secondo il Governo giapponese è unicamente la posizione occupata dalla Nazione nelle classifiche del mercato internazionale. Formare persone qualificate per il sistema industriale, all’altezza degli standard utilitaristici della competitività dello Stato. Nient’altro che persone “pronte all’uso”. In quest’ottica non solo la lettura delle opere di Shakespeare in lingua originale andrebbe accantonata del tutto e sostituita da fluenti conversazioni in inglese corrente, ma anche gli stessi studi economici non vengono esonerati e bollati come obsoleti, da mettere da parte a favore degli studi di programmazione gestionale e ragioneria.

La decisione non è apparsa però assurda solo agli occhi dell’Occidente, ma anche a quelli degli stessi giapponesi. A esprimersi sono anche figure autorevoli. Il rettore dell’università di Tokyo, Masayuki Kobayashi, a luglio avrebbe infatti manifestato il suo disappunto spiegando come in realtà “i dipartimenti incentrati sulle discipline umanistiche siano configurati per generare benefici a lungo termine”, esattamente nella realtà sociale. A settembre, invece, la stessa Keidanren, la lobby che riunisce i maggiori industriali del Giappone, avrebbe dichiarato: “Servono persone in grado di risolvere problemi che spaziano dal campo scientifico a quello umanistico” sfatando così il falso mito che vuole affari e studi umanistici distinti e separati. Del resto l’uomo non è un automa. Da sempre è portato a meravigliarsi dinnanzi al mondo. Da sempre si pone delle domande, dalle più semplici a quelle senza risposta. Da sempre parte dalla conoscenza di sé per arrivare a dominare la realtà che lo circonda. Ampi orizzonti e capacità di fornire collegamenti sono prerequisiti fondamentali, nella vita come nel lavoro.

di Valentina Mazzella

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