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Il puzzle di Woody Allen, Harry a pezzi.

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Scendiamo negli Inferi accompagnati da un genio che da decenni, ormai, non fa altro che comporre, copiare e incollare idee con la sua vecchia macchina da scrivere, mettendo insieme sceneggiature che brillano di luce propria.Un Woody Allen che ritrova l’ispirazione perduta nella prima metà dei Novanta, fatto più che normale per un regista capace di buttar giù un film all’anno e che si rivela nevrotico anche nello scrivere.

I passaggi a vuoto sono inevitabili anche per i più grandi.

Una denuncia continua ad ogni forma di fondamentalismo fanatico, parentesi drammatiche che vengono rese buffe, omaggi a Kafka, Proust e Fellini, suoi idoli da sempre.

Intriso di collegamenti e riferimenti degni di nota, resi ancor più godibili dalla ripetizione a raffica di battute disarmanti e quantomai pungenti.

Le Confessioni di un personaggio misterioso e strampalato nel privato, i personalissimi eccessi di un cineasta che ha saputo prendere spunto dalla sua vita rifugiandosi nell’arte della scrittura, riuscendo quasi sempre ad estrapolarne il meglio.

Decostruito e senza alcun filone narrativo, il film ci dice che i grandi non devono darci punti di riferimento, ma vanno solo interpretati

e, a volte, addirittura parafrasati.

Verrebbe da dire: “Prendete e godetene tutti”, lui non ne sarebbe tanto fiero, ma noi ce lo gustiamo lo stesso.

 

HARRY A PEZZI – W. Allen (1997).

 

 

Di Jacopo Menna

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