Home Sport Il Leicester e i “don” sulle panchine dallo stile italico.

Il Leicester e i “don” sulle panchine dallo stile italico.

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Napoli – A pochi mesi dall’approdo di Carlo Ancelotti sulla panchina del club bavarese, nella disperata ricerca della Coppa dalle grandi orecchie, l’imperativo delle società europeizzate, ma verrebbe da pensare a quello di “top club”, se solo si volesse ricondurre il tutto alla capacità di “fare” o produrre mercato, sembra essere ancora una volta quello di stravincere.Per arrivare agli obiettivi prefissati, i nuovi padroni del calcio, che in comune hanno liquidità, carburante ed un sito geografico che guarda quasi sempre ad Est, in questi ultimi anni continuano ad affidarsi alla tattica e all’esperienza calcistica del Bel Paese.

Innovatori in Cina, rinnovatori ma sempre vincenti in Francia e Russia, cinici e spietati in Spagna e Inghilterra, uniche due nazioni che, data l’importanza dei rispettivi club, possono avanzare pretese dal portafoglio “europeo” nell’immediato.

Da Roberto Mancini a Carlo Ancelotti, passando per Capello e Antonio Conte, fino alla favola Leicester di Claudio Ranieri.

Per non dimenticare profeti che verrebbe da definire minori, dati i risultati e le panchine ottenute in A, ma che a giugno andranno a giocarsi l’Europeo come Gianni De Biasi con la sua Albania.

L’Europa che conta, che prima li seduce con contratti plasmati in maniera semplice ed efficace, data la massiccia disponibilità economica, e quasi mai li abbandona.

Spesso, se non fosse per Florentino Pérez, a sancire gli addii sono proprio loro, salutando le società con una stretta di mano accompagnata da quei “tituli” che da anni, nella migliore delle ipotesi, tardavano ad arrivare in bacheca, o dei quali, nella peggiore, non se ne conosceva nemmeno l’esistenza.

Si parla tanto, in un periodo caratterizzato dalla grande crisi economica, della fuga dei cervelli che dal nostro paese vanno alla ricerca di gloria e stabilità all’estero.

Ebbene il Calcio, uno sport per i più tacciato di populismo e mediocrità, da espletare nelle domeniche o nei mercoledì di coppa, apre i propri orizzonti ad una riflessione sociale che lo accomuna a quel mondo politico-economico culminante nelle più importanti testate giornalistiche del Pianeta.

Far apprezzare il made in Italy non ha mai rappresentato un problema. Coltivarlo, accompagnandolo ad un rinnovamento si. Bufere extra-calcistiche e scandali legati a procuratori e calcioscommesse, uniti alla mancata valorizzazione dei prodotti del vivaio, con qualche anno in meno all’anagrafe e rientro in più nella mediana di centrocampo, non hanno fatto altro che invecchiare un sistema che tante pagine ha scritto, arrivando al tetto del Mondo, ma che procede in una lunga e chissà quando terminabile fase di stallo che, inevitabilmente, chiude la catena alimentare con ripercussioni che ampliano il loro raggio d’azione estendendolo fino alle panchine.

Ci ritroviamo così a guardarli in tv, ospiti e special guest di trasmissioni televisive alle quali dedicano fugaci interviste e raccontano abitudini alimentari di paesi spesso e volentieri tanto diversi dal nostro, apparendoci come inarrivabili messia da osservare con cura, stando attenti a non avvicinarsi troppo come dinanzi alla Gioconda nazionale, altro frutto di razzie dovute alla mancata attenzione in casa nostra.

La realtà, distorta dal disincanto esterofilo, arriva però ad una riflessione concreta che ci riporta a Marcello che fuma il suo sigaro seduto in pantaloncini all’isola di Capraia, nella sua Toscana, o a Carlo, che prima di essere incoronato sovrano dalla stampa estera, mangiava i suoi tortellini nell’entroterra emiliano.

Li avevamo qui, vicino a noi, e adesso li osserviamo da lontano paragonandoli all’Eldorado.

Rifletti Italia, fai qualcosa.

Te lo chiediamo in coro, con la speranza che quegli “aeroplanini” destinati ad un futuro da “don” possano restare qui con noi, arricchendo il palmares di una nazione nel pallone.

Di Jacopo Menna

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