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Collateral Beauty: assaporando la bellezza collaterale del film

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Locandina del film "Collateral Beauty".

RECENSIONE – Prendete delle tematiche delicate, aggiungetevi un pizzico di “The Truman Show”  in chiave dickensiana, scegliete un cast “da paura”, mescolate il tutto con tanta semplicità e otterrete “Collateral Beauty”. L’ultimo film di David Frankel che la critica cinematografica ha massacrato e il pubblico ha letteralmente adorato. Del resto è un film che per emozionare gli spettatori punta sul “facile” quanto a trama, spunti e dialoghi. E, nel far ciò, riesce decisamente nel suo intento. I novanta minuti di pellicola meritano tutte le lacrime che la storia fa versare genuinamente.

Lutto, isolamento, solitudine, abbandono, senso di impotenza, rassegnazione, paura della morte, separazione, divorzio, depressione, sofferenza, l’ansia degli anni che passano, la sensazione che il mondo ti crolli addosso espressa anche nella metafora del domino… sono tutte le problematiche affrontate da Howard (Will Smith) e i suoi tre amici nelle loro esperienze di vita. Tutti hanno uno scheletro nell’armadio. Nulla che qualsiasi persona che sia al mondo da abbastanza anni non abbia purtroppo avuto modo di sperimentare sulla propria pelle. Il processo di immedesimazione non chiede molto sforzo e i fazzoletti non si contano.

Poi, colonna portante della pellicola, compaiono le tre astrazioni a cui il protagonista scrive per rielaborare la perdita della figlioletta di sei anni: Morte (Helen Mirren), Amore (Keira Knightley) e Tempo (Jacob Latimore). Nella medesima finzione del film sono tre attori ingaggiati dagli amici/colleghi di Howard per quest’ultimo, ma che finiranno tuttavia per aiutare in primis chi li ha scritturati. Non è solo un esempio di metacinema. Abbiamo dei personaggi fasulli, un po’ pirandelliani, inseriti nella quotidianità di una persona affinché ne manovrino la vita a sua insaputa. Volutamente o meno, la mente torna alle sensazioni di claustrofobia e ingiustizia di cui è impregnato il già citato “The Truman Show”. Dall’altra parte invece c’è la scelta di una riservata e luccicante ambientazione natalizia che contribuisce molto all’evocazione in chiave moderna dei tre Spiriti dickensiani de “Il Canto di Natale”. Alla fine resta il dubbio sulla natura delle tre astrazioni, ma non importa davvero. Proprio l’ambiguità e l’evanescenza del finale aperto soddisfano lo spettatore.

Molti hanno ritenuto scontata e ripetitiva l’interpretazione melodrammatica di un Will Smith messo troppo in secondo piano. Davvero sprecate le potenzialità di Kate Winslet, intrappolata in un personaggio ricco di spunti, ma pigramente appiattito. Eccellente la performance della Mirren, approssimata quella di Keira.
La trama è stata giudicata uno ‘scolapasta di lacune narrative’, un’accozzaglia di battute banali e retoriche. Una maglia i cui fili non sono stati intrecciati perfettamente come promesso. Criticati gli approfondimenti psicologici superficiali dei personaggi e il tempismo lasciato al caso e alle coincidenze come nella logica opportunistica delle fiabe. Niente che sia del tutto falso. Eppure, ribadiamo, il pubblico è uscito dalle sale commosso ed entusiasta.

Perché? Come mai? Non è sicuramente questa recensione l’occasione adatta per analizzare e riflettere sul divario tra l’occhio tecnico dell’élite culturale di esperti e l’abbandono del cuore, senza troppo impegno, delle masse. Tuttavia una lancia in favore di “Collateral Beauty” va spezzata: si tratta di un film che va preso per quello che è. Una storia a metà strada fra il drammatico e la commedia che propone argomenti che accomunano la condizione umana, ma che ogni individuo palpa in maniera diversa e personale. “Collateral Beauty” tocca le corde giuste, tocca la sensibilità segreta di ognuno. Suona note semplici che vanno ascoltate con altrettanta semplicità. Qualcosa si deposita dolcemente dentro, richiama quel colore del grano che tutti custodiscono e a cui ciascuno assegna un’immagine diversa. Forse saremo tutti incompetenti o forse, non solo per la vita, anche per assaporare al meglio questa pellicola si necessita della capacità di saper cogliere la bellezza collaterale delle cose.

Di Valentina Mazzella

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