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“Una delle ultime sere di Carnovale”: Goldoni in lingua veneziana del Settecento al Teatro Mercadante

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Di Valentina Mazzella

 

RECENSIONE – Andare a teatro, un po’ come il cinema, ti offre opportunità spesso singolari. Ad esempio recarsi alla rappresentazione di una commedia di Carlo Goldoni e assistere a uno spettacolo recitato interamente in veneziano settecentesco così come l’autore lo scrisse, senza manomissioni per aggiornarne il profilo linguistico. E può anche succedere che per almeno metà del tempo non si capisca nulla dei dialoghi, ma si resti ugualmente affascinati dal resto. È quanto è accaduto con “Una delle ultime sere di Carnovale” portata in scena dalla regia di Beppe Navello, dal 13 al 18 marzo, presso il Teatro Mercadante di Napoli. L’opera colpisce innanzitutto per l’esuberanza estetica e la cura dei costumi e delle scenografie che proiettano gli spettatori nell’elegante casa del fabbricatore di stoffe Sior Zamaria, già quasi immaginando che dietro le quinte ci possa essere per davvero la laguna più famosa d’Italia.

La compagnia teatrale ci offre la lodevole performance di ben tredici attori (Antonio Sarasso, Maria Alberta Navello, Alberto Onofrietti, Diego Casalis, Daria-Pascal Attolini, Andrea Romero, Marcella Favilla, Matteo Romoli, Eleni Molos, Erika Urban, Alessandro Meringolo, Geneviève Rey-Penchenat, Giuseppe Nitti) la cui interpretazione otterrebbe molti punti anche se considerassimo solo lo sforzo e l’esito di memorizzare un copione di due atti scritti in un Veneto così arcaico. Purtroppo però il merito degli artisti può diventare pena per il pubblico: e a nulla è servito declamare per promozione che si trattasse di “una lingua universale facilmente comprensibile tutt’oggi”. In tutta umiltà non si può non ammettere che, soprattutto per gli orecchi non abituati neanche ai dialetti settentrionali moderni, a un certo punto se gli attori avessero iniziato a parlare in elfico o in coreano sarebbe stato lo stesso. Si trascorre così nel frattempo un’incalcolabile quantità di tempo ringraziando mentalmente il cielo per Pietro Bembo e il suo contributo all’unificazione della lingua nella penisola – soprattutto la scelta caduta sul fiorentino volgare letterario. Fortunatamente poi la condizione dello spettatore che non comprende il veneziano migliora dopo l’intervallo quando, con l’ingresso nella storia dell’anziana francese Madame Gatteau, i personaggi per comunicare iniziano a biascicare qualche frase più comprensibile ricorrendo all’Italiano come lingua franca. E abbastanza “furbetta” appare la scelta artistica di far ascoltare al pubblico, prima dello spettacolo, un vecchio audio di Eduardo in cui il grande maestro napoletano invitava a non curarsi di capire proprio tutto, ma a lasciarsi trasportare dalla commedia. Non ci piove: qualche sovratitolo non avrebbe di certo nuociuto.

Sorprendente invece, quasi in maniera raccapricciante, la grande attualità del tema proposto. Tra un pettegolezzo e una partita a carte, un amore dichiarato e una scenetta comica, si discute infatti dell’esigenza dei giovani italiani di emigrare all’estero per lavorare e migliorare la propria condizione. Come accade al protagonista, Sior Anzoletto, determinato a dare una svolta alla propria vita abbandonando la sua Venezia per trasferirsi in Moscovia. Potrebbe essere una comune storia di oggi, eppure Anzoletto non è un millennial. Non è uno dei giovani disoccupati coevi o uno dei “cervelli in fuga” di cui tanto discutono la politica e i talk-show. È un disegnatore di stoffe del Settecento: un dato che dà abbastanza da riflettere sui corsi e ricorsi storici, sulla ciclicità dell’esistenza umana e degli eventi. Almeno quel quanto basta per scrollarci di dosso certe vaghe forme di vittimismo a proposito dell’esser nati semplicemente nell’epoca sbagliata. Fra l’altro lo spunto per il soggetto trae ispirazione dall’esperienza autobiografica dello stesso Goldoni che migrò a Parigi, convinto di una Venezia incapace di apprezzarlo. Si tratta dunque di un’opera che la compagnia di Teatro Piemonte Europa ha deciso di allestire per suggellare una trilogia civile – iniziata con “Il divorzio” dell’Alfieri e “Il Trionfo del Dio Denaro” di Marevaux – attraverso cui insegnare come il passato con la letteratura e l’arte possa ancora parlarci e arricchirci non necessariamente con degli anacronismi, ma in tutta la sua modernità.

 

 

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