Home Food Di spaghetti alla “saponara” e dell’arte di improvvisare: la cucina secondo Eduardo

Di spaghetti alla “saponara” e dell’arte di improvvisare: la cucina secondo Eduardo

658
0
SHARE

A me Napoli l’ha sempre raccontata mio padre. Davanti un film della Loren e Mastroianni, a un piatto di pasta, o anche quando dividiamo quel pezzetto di strada fino al bar all’angolo prima di iniziare la giornata. È così che per me Napoli sono le sue parole. I suoi gesti. I suoi racconti. É così che per me anche Eduardo è il suo Eduardo – quello che da bambino aveva appreso dalla nonna materna, Concetta, uno dei grandi amori della sua vita. La cucina popolare. Fatta di ingredienti poveri, economici ma sempre freschi di stagione, fantasia, pazienza e arte di improvvisare. Uno pensa che sia facile farlo. Che ci voglia poco. Per inventare un pranzo. Improvvisare è un talento!
Quella cucina che ritroviamo nel suo teatro, come pietanze cucinate o da cucinare – emblematica l’espressione “Cuncè tu sei la regina della pasta e fagioli!” in “Natale in casa Cupiello” o la trovata a dir poco geniale in “Sabato, domenica e lunedì” di inondare la platea e il loggione di profumo ragù, portando per la prima volta nel teatro – dopo la vista e l’udito – anche il terzo senso. L’olfatto.
Ragù, genovese, vongole fujute, spaghetti alla “saponara”, sono questi alcuni dei piatti del cuore di Eduardo. E “saponaro” era proprio il vezzeggiativo con cui affettuosamente chiamava il suo amico Don Salvatore Navarra – prima orafo in via dei Tribunali e poi fondatore di quella che è ancora oggi la Galleria Navarra in piazza dei Martiri, uno tra i più storici negozi di antiquariato della città, di quelli che prima erano senza vetrina e si chiudevano solo con la saracinesca e il lucchettone a chiave semplice – che questo piatto semplice e verace lo improvvisava spesso nel suo retrobottega. Quando oltre alla passione per l’odore degli oggetti antichi – fatto di vernice, acquaragia e legno vecchio – alle pile di libri, alle cornici del seicento e del settecento – dorate e di castagno – alle ceramiche e ai merletti, condividevano la tavola. Uno dei posti più belli dove trovarsi, tra gli infiniti angoli di questo mondo. Perché sa di casa. 

Mettete a bollire l’acqua e dopo aver fatto soffriggere l’aglio – per 500 grammi di spaghetti – aggiungete 100 grammi di capperi dissalati e 300 grammi di olive di Gaeta snocciolate. Scolate gli spaghetti ancora al dente  e riversateli nella padella. Cospargete la superficie con pangrattato e un filo d’olio e lasciate finire la cottura in forno – assai caldo – per mezz’ora. Dopodiché sedetevi. E non abbiate fretta.

 

 

h

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.