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LUCIANO DE CRESCENZO, DELLA NAPOLETANITÀ CHE SALVERÀ IL MONDO (IL MIO ALMENO).

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Ad un uomo d’amore – uno che abbandona la professione di ingegnere per fare lo scrittore non può che essere un uomo d’amore – come quelli che preferiscono il bagno alla doccia e il presepe all’albero di Natale.

Al professore di filosofia che tutti avremmo voluto – insieme a Benigni in italiano e Vecchioni in greco, ma la perfezione non è mai appartenuta ad un divano figuriamoci ad un corpo insegnanti – .

All’amico-poeta della porta accanto.

Ad una persona di famiglia, che ha saputo raccontare la filosofia agli italiani a piccoli sorsi, come si prende il caffè – o almeno dovrebbe.

A chi parlava di epicureismo e stoicismo mentre insegnava al mondo cosa fosse un ingorgo a croce uncinata o un caffè sospeso o dove fosse il confine sottilissimo tra la truffa e l’arte dell’arrangiarsi.

All’arte di saper raccontare.

All’arte di mostrare la filosofia anche nei posti in cui non avevamo mai pensato che fosse.

Alla saggezza che spesso si nasconde nelle cose quotidiane.

A casa tua.

A casa mia.

E a come l’hai saputa raccontare.

Perché solo chi è nato guardando tutti i giorni il mare sa farlo.

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