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“La grande magia” di Eduardo De Filippo incanta il pubblico al Teatro San Ferdinando

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RECENSIONE «Ho voluto dire, che la vita è un giuoco, e questo giuoco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede. Ed ho voluto dire che ogni destino è legato al filo di altri destini in un giuoco eterno: un gran giuoco del quale non ci è dato di scorgere se non particolari irrilevanti»: le parole dello stesso Eduardo sono più che mai indispensabili in questo occasione se si desidera cogliere al massimo quella che è un po’ la morale dello spettacolo “La grande magia”. L’opera tratta dal gruppo “Cantate dei giorni dispari” di De Filippo è in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli fino al 10 novembre con la regia di Lluis Pasqual.

È la storia di un illusionista che durante un numero di magia fa sparire una signora del pubblico per aiutarla, dietro pagamento, a scappare con l’amante sotto al naso del marito estremamente geloso. Per evitare problemi il mago riuscirà a convincere il coniuge tradito a credere possibile che sua moglie si trovi in una scatola. Basterebbe aprirla per far ricomparire la donna, ma solo se si ha fiducia nella fedeltà di lei e fede nel giuoco. La decisione è ardua: meglio l’idea di una moglie fedele chiusa in una scatola che quella di una adultera che ci ha abbandonati?

La recitazione degli attori è notevole. Del resto il cast vanta nomi di valore come Nando Paone, Claudio Di Palma, Alessandra Borgia, Gino De Luca, Angela De Matteo, Gennaro Di Colandrea, Luca Iervolino, Ivana Maione, Francesco Procopio, Antonella Romano, Luciano Saltarelli e Giampiero Schiano. Le musiche sono eseguite dal vivo da Dolores Melodia e Raffaele Giglio che coinvolgono con maestria la platea. Suggestiva è invece la scenografia nelle scene del numero di prestigio durante le quali un gioco di specchi, luci e riflessi proietta lo spettatore in una dimensione irreale.

“La grande magia” è senz’altro un soggetto molto pirandelliano per le tematiche e l’ambientazione scelte. Non a caso nel ’48 non fu accolto con calore dal popolo che negli anni successivi alla guerra era affamato di storie di povertà e non tanto di intrighi della borghesia. Ciononostante resta una vicenda ancora oggi di grande attualità, in cui tutto è teso a riflettere sulla propensione dell’essere umano a preferire spesso le proprie convinzioni false a verità scomode che feriscono. È una commedia profonda, filosofica quanto basta, che rivela l’amarezza del rapporto fra illusione e realtà.

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