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“Fili d’innocenza”, il romanzo dai valori autentici di Salvatore Esposito

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RECENSIONE – Un prisma luminoso. Sicuramente questa la metafora che calza al pennello al romanzo “Fili d’innocenza” dell’autore esordiente Salvatore Esposito per la pluralità delle sfaccettature e degli spunti di riflessione che la sua narrazione offre ai lettori. Non a caso l’opera è stata insignita della menzione d’onore al concorso letterario Premio Città di Grosseto 2019. Una storia dai contenuti autentici che racconta in maniera semplice e limpida il percorso di crescita del protagonista e dei suoi due fratelli. Il rapporto di Riccardo, voce narrante, con Marcello e  Nino descrive pagina dopo pagina una relazione alle volte di gelosia e competizione, ma soprattutto di solidarietà e complicità che ricostruisce in modo genuino e veritiero la dualità di un comune legame fra fratelli. “Fili d’innocenza” è in primis un romanzo di formazione in cui i ragazzi non vengono educati esclusivamente dai genitori perché ambientato in un tempo sociale in cui la collettività aveva ancora a cuore la responsabilità verso i più giovani.

La struttura del libro si presenta come una raccolta di episodi sparsi. Il lettore inizia a leggere incuriosito dall’incipit della trama, guidato dalla suspense. Ci si ritrova invece molto presto assorbiti dal piacere della lettura dei vari ricordi anche laddove il racconto sembri fine a se stesso. In ogni capitolo ci si sente parte della famiglia di Riccardo, quasi si sia seduti a tavola con tutti i suoi membri durante i diverbi. “Fili d’innocenza” è anche una storia corale quanto basta perché si assapora la realtà del paese di ambientazione attraverso i vari personaggi che interagiscono con i tre giovani: le zie, i vicini di casa, i compagni di classe, i gestori delle botteghe… Tutti peculiari e riconoscibili. La narrazione riserva uno spazio prezioso ai sentimenti, evitando tuttavia sentimentalismi stucchevoli. Non tace sui primi amori e affronta il tema della scoperta del corpo e della sessualità senza tabù e morbose strumentalizzazioni. Il tutto con estrema delicatezza ed eleganza, puramente per descrivere le esperienze impacciate dei ragazzi che si affacciano alla vita.

In “Fili d’innocenza” c’è Napoli con i suoi inconfondibili luoghi e la sua vivace lingua parlata. C’è il profilo della cittadina di Sacromonte che, nonostante il nome di fantasia, si fa emblema e portavoce di tutti i paesi vesuviani. Il romanzo offre in sottofondo un nitido spaccato della società italiana degli anni Sessanta e Settanta. Non trascura il divario fra Nord e Sud, permettendo di percepire la Questione Meridionale come una ferita aperta e bruciante attraverso alcune vicende infelici degli stessi personaggi. Pone l’accento sulle Lotte operaie degli stessi anni e sul problema della disoccupazione. Ed è forse proprio questo retroscena storico-culturale così ben definito a rendere paradossalmente i fatti narrati di grande attualità. I protagonisti stessi sono attuali proprio perché vivono una ricerca dell’io e della strada da intraprendere nella vita. Attraversano lo smarrimento che appartiene ai giovani di tutte le generazioni. Vi è in ciò una punta di universalità, ingrediente indispensabile in ogni opera valore.

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