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Caro Catello Maresca, non hai perso solo tu.

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Chi mi legge sa che non sono solita scrivere di argomenti che non rientrino nell’alveo della leggerezza. Amo scrivere dell’ultimo ristorantino in voga che ho provato, dell’ultimo paio di scarpe di cui mi sono follemente innamorata o della città che ho visitato e in cui ho lasciato un pezzetto di cuore. Ho sempre voluto che leggermi, per le mie lettrici – perché tanto lo so che, tranne mio padre il mio fidanzato e qualche amico che mi vuole così bene da sorbirsi anche i miei sermoni sulla differenza tra verde salvia e verde oliva, siete tutte donne – sia evasione, evocazione, un pezzetto di tempo e di spazio in cui dimenticare di dover rispondere all’email del commercialista, far riparare la lavatrice e fare il cambio di stagione.

Ma, oggi, è diverso. Oggi, quando ho letto la lettera del magistrato del pool antimafia Catello Maresca in merito alla scarcerazione dei boss a regime di 41 bis ho sentito come la necessità di uscire dalla mia confort – zone per raccontarvi una storia.

Capii di voler diventare un’avvocato quando in prima elementare, la mia compagna di banco, un giorno, entrò in classe con gli occhiali e in tre due uno tutti giù a ridere a chiamarla quattr’occhi. Lei iniziò a coprirsi il volto con le mani, io capii cosa avrei voluto fare da grande. Tornai a casa e intavolai una delle mie pippe allucinanti con tanto di piantone che i miei ancora se la ricordano. A 19 anni mi sono iscritta alla facoltà di legge. Durante quegli anni i libri sono così grossi e le sessioni così brevi che non è poi così difficile ritrovarsi a macinare parole e principi e istituti in maniera quasi asettica, con l’unico obiettivo di dare quell’esame e riporre libro e appunti e post-it e pensieri e ansie nella libreria di legno rosa. Dove andava e va a finire tutto. O quasi. Di tutti quei professoroni incravattati, dinosauri che si muovono nelle aule della facoltà di giurisprudenza, nessuno era mai riuscito a ricordarmi della bambina di prima elementare secondo banco a destra. Parlavano tutti di legge e mai nessuno di giustizia. Forse perché spesso le due cose non camminano proprio di pari passo. Me l’ha ricordata quest’uomo quella bambina, quando per la prima volta è entrato in aula con la sua scorta e il suo lavoro e le sue lezioni e il suo entusiasmo nel raccontarci dell’installazione dei droni a Casal di Principe. È per questo che gli voglio bene. Ed è per questo che oggi non ha perso solo lui.

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