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Silvia Romano: ancora qualche riflessione sulla pioggia di polemiche

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MILANO – Ogni giorno il popolo si sveglia e sceglie un nuovo capro espiatorio da odiare. Le polemiche e addirittura le minacce nei confronti di Silvia Romano sono l’episodio più lampante degli ultimi giorni.
Sembra incredibile il numero spropositato di persone che parla, giudica ed esprime opinioni come se avesse vissuto la prigionia accanto alla cooperante per diciotto mesi. In troppi emanano sentenze come se sapessero esattamente cosa sia accaduto durante il sequestro minuto per minuto. Inutile ricordare che sia impossibile comprendere al cento per cento i sentimenti e le sensazioni di un’esperienza estrema che non abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. C’è chi non vuole capire. Non vuole immaginare. È più facile accusare di “buonismo” il buon senso e piegare sul benaltrismo come cavallo di battaglia.

Pertanto è il caso di spendere ancora qualche riflessione sulla conversione di Silvia Romano. Si potrebbe ad esempio partire da una domanda molto semplice: se avessimo saputo prima che la volontaria fosse diventata musulmana, avremmo dovuto lasciarla lì? Se per assurdo fosse stato proposto un referendum, il popolo avrebbe veramente votato in coscienza per il suo non ritorno? Il problema sono realmente i quattro milioni spesi per riportarla indietro? Sui social sono impazzate le critiche di chi recriminava allo Stato di aver finanziato i terroristi. Eppure nessuno si indigna quando lo stesso Stato vende le armi all’estero. Il problema è che la ragazza fosse stata un’incosciente nell’andare in Kenya per aiutare il prossimo? Eppure nessuno si indigna quando lo Stato manda i militari in guerra nelle presunte “missioni di pace“, quando sacrifica il sangue dei nostri giovani per faccende politiche in cui i governi non hanno saputo scendere a compromesso tramite la diplomazia.

Silvia Romano si è convertita. È diventata Aisha. Sembra davvero tanto strano? Ha dichiarato di non essersi convertita per sopravvivere. Ha affermato di averlo scelto lei stessa, di aver chiesto dopo qualche mese un Corano ai sequestratori. Pare le sia stato dato in dotazione una copia in arabo con una traduzione in italiano a lato. Ebbene, cosa si aspettava esattamente l’opinione pubblica? Che Silvia chiedesse di leggere “Harry Potter” o “Cime Tempestose“? I sequestratori le avrebbero mai concesso di dedicarsi alla lettura dell’ultimo romanzo di Dan Brown?

E allora, se anche gli stessi territoristi non si fossero impegnati nel farle un lavaggio del cervello, appare del tutto plausibile comprendere una conversione in una circostanza simile. Leggi il Corano oggi, leggi il Corano domani, leggi il Corano per diciotto mesi… Leggi il Corano circondata da musulmani che approvano l’avvicinamento al loro credo. Leggi il Corano in una dimensione temporale in cui non sai più se avrai futuro, se ti attenda o meno una vita diversa dal presente. In Italia in tanti cambiano in maniera fuorviante ideologia, credenze, morale e fede dall’oggi al domani anche per molto meno. Basta un po’ di isolamento sociale.

Inoltre non capita di frequente a tantissime persone di pensare che ogni cosa che accade nella vita abbia un senso o un significato più profondo? Non sembra assolutamente strano che una prigioniera possa aver interpretato un Corano fra le mani in un momento così critico come una chiamata di Dio alla conversione. Non spetta a noi commentare la sua fragilità emotiva e psicologica. L’uomo occidentale ha perso l’empatia, ha smarrito la capacità di immedesimarsi nell’altro.

Pur volendo accogliere le preoccupazioni di chi teme che Silvia possa essere diventata una jihadista, ancora una volta non sarebbe una buona ragione per sputare veleno su una ragazza sequestrata per oltre un anno e finalmente riportata a casa. Se anche il timore avesse fondamento, non si tratterebbe di una libera scelta, ma di una manipolazione bella e buona. In tal caso ci sarebbe ugualmente bisogno di un sostegno. Pertanto Silvia aveva il diritto di tornare dalla sua famiglia a prescindere. Non è concepibile in uno Stato civile sparare a zero e dare credito a politici che all’una di notte impiegano il tempo a bloccare gli utenti su Twitter. Le polemiche e le congetture a priori sono sterili. Risulta ragionevole e degno di credito solo un lungo percorso con degli psicologi che valuteranno le condizioni psicologiche di Silvia. In aggiunta il supporto dei parroci o degli Imam che si sono già offerti per aiutare la ragazza per un sano discernimento, per guidarla nel vagliare al meglio i motivi della sua conversione e ponderare effettivamente quale dottrina islamica le sia stata trasmessa dai sequestratori.

Al momento non è Silvia a dover rispettare il popolo italiano. Siamo noi a dover rispettare lei, una vittima. Noi che in gran parte per due mesi ci siamo lamentati di una quarantena trascorsa sul divano. Silvia era andata in Kenya spronata da uno spirito di solidarietà e altruismo. Sostenere che sia stata la causa dei propri mali è pari a sostenere che una donna in minigonna abbia cercato lo stupro.
Qualcuno ha preteso che rinnegasse tutto quello che era diventata nel corso di un anno e mezzo, di rinnegare per somigliare di nuovo a noi. Da qui il quesito: le abbiamo dato la libertà o l’abbiamo sottratta ai terroristi per imporle noi al posto loro come debba vivere la sua vita?

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