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Economia: Bonomi (Confindustria) rilancia ipotesi di stipendi più bassi al Sud

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Il leader di Confindustria guarda al modello tedesco parametrato alla produttività e chiede aumenti differenziati tra Nord e Sud. Landini, non ci sta e difende la contrattazione nazionale: “una garanzia per tutti”.

Roma – Il faccia a faccia al convegno di Cigl, Futura 2020, tra il segretario generale, Maurizio Landini, e il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha affrontato il dibattuto tema del rinnovo dei contratti e dei livelli salariali.

Il numero uno di Confindustria, apre all’aumento degli stipendi, ma a patto che sia legato alla produttività territoriale, parametro non omogeneo tra Nord e Sud. “La sfida sulla produttività – secondo Bonomi – si vince seguendo il modello tedesco, più contrattazione di secondo livello (aziendale), e aumento salariale nominale per i lavoratori su base territoriale”.  Bonomi rilancia la proposta di una contrattazione decentralizzata, differenziata e con salari monetari più bassi al Sud.

Immediata la risposta di Landini, che sulla centralità della contrattazione non sembra cedere terreno: “Insisto sui contratti nazionali – dice il numero uno di Cigl – non perché siano alternativi alla contrattazione aziendale, ma nel nostro Paese siamo fatti da tante PMI e il contratto nazionale rimane lo strumento in grado di dare risposte a tutti, di alzare e unificare il livello di qualità in senso generale”. Tra quest’anno e l’anno prossimo ci saranno 12 milioni di lavoratori alle prese con il rinnovo del contratto.  “E’ora di investire sul lavoro – sottolinea Landini – per battere il Covid-19”.

La differenziazione salariale richiamata da Bonomi, evoca la vecchia formula delle “gabbie salariali”, un’idea che periodicamente viene rilanciata dalla grande impresa del Nord, sostenuta anche da alcuni economisti come Boeri e Ichino e una parte della politica che vorrebbe tornare al salario parametrato alla territorialità. Un meccanismo iniquo e discriminatorio, introdotto in Italia nel dopoguerra e che, per molti, ha contribuito a spaccare a metà il Paese. Contrastato da sindacati e lavoratori con forti mobilitazioni operaie, fu abolito progressivamente negli anni ’70.  

In realtà, come dimostra l’economista Vittorio Daniele, se è vero che al Sud la produttività è più bassa, è altrettanto vero che questa differenza viene quasi del tutto compensata, da una retribuzione media più bassa, come certificato dai dati Istat del 2018. 

Senza contare, la cronica carenza di servizi e infrastrutture, oltre che di opportunità, che storicamente sconta il Mezzogiorno che va a erodere, non solo il potere d’acquisto, ma anche la qualità di vita dei lavoratori del Sud. Inoltre, non esistono evidenze di studi che possano confermare, che una differenziazione di salario possa attrarre aziende e investimenti privati al Sud, facendo aumentare l’occupazione. 

Tornare alle tabelle salariali, con differenziali retributivi per aree geografiche, in momento di forti tensioni sociali ed economiche, sembra molto irrealistico, oltre che inopportuno. Bisognerebbe, invece, puntare a colmare il gap infrastrutturale nelle diverse aree del Paese, attraverso i fondi del Reocvery Plan, invece di tracciare ancora più profondamente la distanza tra Nord e Sud. 

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