Home Cultura Storia del Casatiello e della Pastiera tra mito e realtà

Storia del Casatiello e della Pastiera tra mito e realtà

356
SHARE

Benvenuti al primo appuntamento con la rubrica 𝑵𝒂𝒑𝒐𝒍𝒊 𝒂𝒏𝒕𝒊𝒄𝒂: 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂, 𝒂𝒏𝒆𝒅𝒅𝒐𝒕𝒊 𝒆 𝒄𝒖𝒓𝒊𝒐𝒔𝒊𝒕𝒂’.

 

“È venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzarra che si facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielli?”. Questo scriveva nel 1600 il napoletano Gianbattista Basile nel suo famoso libro di racconti “Lo cunto de li cunti” nella fiaba “La gatta Cenerentola”. Ad un certo punto della favola si racconta del ricevimento che fu organizzato dal Re per rintracciare il piede che, nel fuggi fuggi precipitoso, aveva lasciato la celebre scarpetta. Il casatiello e la pastiera, quindi, erano presenti sulle tavole dei napoletani almeno dal 1600. Questo è il caso in cui la fonte storica si trova in una fiaba.

Il casatiello è tipico del napoletano. Il nome deriva dal latino caseus, “formaggio”, e da caso, cioè “cacio” da cui “casatiello” per il gran quantitativo che ne viene utilizzato oltre alla farina, allo strutto, al salame, ai ciccioli e alle uova. Le origini risalgono all’epoca in cui Napoli era prima greca e poi romana e veniva realizzato in primavera durante i festeggiamenti in onore di Demetra (la dea greca).

La vera ricetta della pastiera “dolce”, aderente a quella di oggi, fu scritta nel 1837 da Ippolito Cavalcanti, cuoco e letterato napoletano, in quanto l’antica versione era rustica. La creazione del dolce è avvenuta nel Convento di San Gregorio Armeno, grazie alle monache, per festeggiare la resurrezione di Cristo.

Una leggenda narra che la sirena Partenope, ogni primavera, emergeva dalle acque e cantava. I napoletani, per ringraziare la sirena, le fecero sette regali: farina, ricotta, uova, grano, fiori di arancio, spezie e zucchero. Quando la sirena si inabissò, le onde del mare mescolarono il tutto. Così nacque la pastiera che la sirena donò agli Dei.

In queste occasioni, festive e religiose, dopo le due pietanze è immancabile concludere i festeggiamenti con un buon vino: una Falanghina per il casatiello ed un Lacryma Christi per la pastiera, poiché, com’è noto a Napoli, tutto finisce “a tarallucce e Vvino”.

 

Saluti cordiali,

Pino Spera, Responsabile della Sezione Storia della Biblioteca I Care, Pomigliano d’Arco. 

 

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.