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“Pinocchio” di Guillermo Del Toro, un gioiello di stop-motion diverso dalla fiaba di Collodi

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Dal profilo Instagram ufficiale @pinocchiomovie.

RECENSIONE – Forse non tutti sanno che il romanzo italiano più tradotto e letto nel mondo è nientepopodimeno che “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi. Non dovremmo pertanto stupirci se di tanto in tanto sceneggiatori e registi avvertono l’esigenza di buttare giù un nuovo film sul burattino più amato di sempre. Pinocchio è a tutti gli effetti un vero e proprio evergreen, un sempreverde. Solo nell’ultimo anno sono state proposte al pubblico due produzioni: la prima di Robert Zemeckis con la firma Disney. La seconda è “Pinocchio” di Guillermo Del Toro distribuito al cinema, per pochi giorni, dal 4 dicembre e ora disponibile dal 9 dicembre sulla piattaforma Netflix.

Si tratta di un film d’animazione realizzato in stop-motion: nel suo genere è un lavoro eccezionale di cura e attenzione per ogni piccolo dettaglio. Un vero gioiello. A tal proposito su Netflix è disponibile anche lo speciale “Pinocchio di Guillermo Del Toro: cinema scolpito a mano” (dalla durata di circa trenta minuti) da cui emergono tutta l’arte, la devozione, la manualità artigianale e la meticolosità di quanti hanno partecipato alla realizzazione del lungometraggio. L’intero team di Del Toro parla dello stop-motion con una passione così autentica e contagiosa da far venire quasi la voglia di comprare la plastilina e sperimentare in maniera grezza la tecnica a casa.

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I personaggi sono doppiati da un cast all’altezza sia in inglese che in italiano. Negli USA hanno prestato le voci: David Bradley, Gregory Mann, Tilda Swinton, Ron Perlman, Finn Wolfhard, Christoph Waltz, Ewan McGregor e Cate Blanchett. Nel Bel Paese ascoltiamo Ciro Clarizio (Pinocchio/Carlo), Massimiliano Manfredi (Sebastian il Grillo), Bruno Alessandro (Geppetto), Mario Cordova (il podestà), Franca D’Amato (Spirito del bosco/Morte), Stefano Benassi (Conte Volpe), Tiziana Avarista (Spazzatura), Giulio Bartolomei (Lucignolo), Fabrizio Vidale (il prete), Massimiliano Alto (Benito Mussolini), Luigi Ferraro (i conigli neri) e Pasquale Anselmo (il dottore). Non mancano inoltre dei momenti musicali, in realtà non troppo memorabili. I personaggi si cimentano nel canto come in una sorta di musical, come accade nei classici Disney.

La trama tradisce e stravolge la celeberrima storia dello scrittore fiorentino. L’opera sta riscuotendo un grandissimo successo tra il pubblico. La critica ne apprezza l’egregio aspetto estetico e l’innovazione rispetto alla storia della tradizione collodiana. La narrazione raccoglie i temi preferiti di Del Toro e ricorrenti nella sua filmografia: i mostri, i simboli religiosi e il cattolicesimo, gli insetti, la morte, la celebrazione dell’imperfezione e i meccanismi degli orologi. È possibile stimare il nuovo stile un po’ dark e più maturo conferito al grande classico, ma allo stesso tempo rammaricarsi dei grandissimi cambiamenti scelti: a seconda dei gusti e/o dell’umore.

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Il nuovo Pinocchio ricorda un po’ Frankstain già nell’aspetto incompleto e rozzo, con qualche chiodo a completare il quadro. Non è più un burattino monello a cui si cerca di impartire tante lezioni di vita affinché diventi un bravo bambino vero. Il Pinocchio di Guillermo Del Toro celebra, al contrario, la disobbedienza come forma più alta d’espressione e affermazione del proprio sé, dell’identità individuale. Allo stesso tempo denuncia le svariate contraddizioni sociali, senza mai assumere delle sembianze in carne e ossa.

Per evidenziare ciò, la regia sceglie di cambiare del tutto anche l’ambientazione della storia. Non siamo più nella seconda metà dell’Ottocento. Pinocchio nasce e combina marachelle nell’Italia del regime fascista, sotto la dittatura di Mussolini. Guillermo De Toro decide di tagliare e sintetizzare più di un personaggio. Non c’è più spazio per l’iconica Fata Turchina o per il Gatto e la Volpe. Il Conte Volpe sostituisce in colpo solo il vecchio Mangiafoco. Al posto della cara Fatina compaiono lo Spirito del bosco e la Morte in persona. Lucignolo non è più il discolo che conosciamo da sempre e del resto anche il Paese dei Balocchi si presenta in una forma del tutto diversa.

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In nessuna pagina de “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi viene mai menzionata una chiesa o un qualche tipo di sacerdote. Il romanzo è impregnato di riferimenti cattolici esclusivamente su un piano allergico che, tra le righe, associa Pinocchio, Geppetto e la Fata Turchina alla Sacra Famiglia. Guillermo Del Toro preferisce nel suo film palesare questa dimensione religiosa arricchendo la storia di chiese e preti. Addirittura dinnanzi a un crocifisso, il suo Pinocchio avrà il coraggio di chiedere perché gli uomini adorino un Cristo di legno, ma abbiano invece paura di lui.

L’esito finale è sicuramente un prodotto di grandissima qualità cinematografica. Una fiaba vagamente horror forse non troppo rivolta ai bambini, in teoria il target di riferimento per un film su Pinocchio. Una versione anticonvenzionale del famoso romanzo di Collodi. Di certo non “la solita minestra”. Probabilmente più indicata per un pubblico più grande, più maturo. Una storia di perdita e dolore che diventa un racconto di crescita e riscoperta dell’importanza della vita e del tempo condiviso con le persone che amiamo.

 

 

 

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