RECENSIONE – Se Elio Germano accetta di recitare in un progetto, c’è sempre da fidarsi. “Tre ciotole” conferma questa regola non scritta. Il film, diretto della minuziosa regia di Isabel Coixet, è tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia, pubblicato postumo nel 2023 da Oscar Mondadori. Accanto a un ottimo Elio Germano, nei panni della protagonista abbiamo una notevole Alba Rohrwacher che interpreta uno personaggio non diverso da solito, ma indubbiamente nelle sue corde.
La pellicola lavora per sottrazione, affidandosi a piccoli gesti e a un ritmo misurato. Racconta una storia di fragilità e legami messi alla prova. Il titolo, apparentemente enigmatico, si rivela presto una metafora: tre contenitori come tre spazi emotivi da riempire, svuotare, rimettere in equilibrio. Le tre ciotole sono il simbolo del percorso di crescita di Marta, la protagonista.
È chiaro che Michela Murgia volesse comunicare il valore del gesto di prepararsi i pasti in maniera attenta. Un rito di cura di sé e di resistenza di fronte a cambiamenti radicali e malattie. Un modo per esplorare temi come separazione, amore, perdita e riscoperta di sé attraverso i dettagli della vita quotidiana e il cibo.
Le inquadrature e il montaggio riescono a offrire un piano tecnico che accende il focus su questo messaggio. La fotografia contribuisce al racconto, con tonalità sobrie che riflettono uno stato d’animo più che un luogo preciso. La colonna sonora accompagna la trama senza invadere.
“Tre ciotole” osserva i suoi personaggi da vicino, senza giudicarli. Segue le crepe che si aprono nella quotidianità quando un evento inatteso costringe a riconsiderare abitudini e certezze. La regia privilegia silenzi, sguardi e tempi morti. Lascia che siano i dettagli, come un gesto ripetuto, un oggetto domestico o una pausa di troppo, a parlare più delle parole. In questo senso il film chiede allo spettatore un’attenzione partecipe, non passiva. Quasi meditativa. Non tutto viene spiegato. Molto resta sospeso, come del resto accade nella vita reale.
“Tre ciotole” è un esempio di cinema che non cerca l’effetto facile. Preferisce costruire un’atmosfera coerente, intima. A tratti anche dolorosa. Tutto appare sufficientemente credibile. Al pubblico viene offerta la complessità emotiva dei personaggi senza mai scivolare nel melodramma.
“Tre ciotole” non è un film per chi cerca risposte nette o una narrazione tradizionale. Soprattutto non una commedia di intrattenimento, per trascorrere del tempo spensierato. È piuttosto un’esperienza di ascolto e di osservazione. Un film che invita a riflettere su come si possa continuare a vivere e a volersi bene, anche quando l’equilibrio sembra irrimediabilmente compromesso.
Di Valentina Mazzella

