Il cavalierato di Paolo Borghese

Il cavalierato di Paolo Borghese

Paolo Battaglia La Terra Borgese

CHI È PAOLO BATTAGLIA LA TERRA BORGESE. 2 PERCHÉ PARLA DI HIRAM, DI EGOISMO, DI CAVALIERATO

Eccolo un profilo aggiornato di Paolo Battaglia La Terra Borgese — chi è, cosa fa, e come viene percepito:

Chi è Paolo Battaglia La Terra Borgese

Critico, curatore, promotore, opinionista, Paolo Battaglia La Terra Borgese rappresenta una figura importante per chi ama l’arte e vuole avvicinarsi in modo consapevole. Vincente è soprattutto il suo sforzo di unire rigore critico e accessibilità: non è da tutti riuscire a parlare di Mondrian o Cézanne senza usare un linguaggio esclusivo da accademia, ma rendendolo comprensibile a un pubblico ampio. Allo stesso tempo, la sua denuncia del “mercato-merce” dell’arte è utile per stimolare riflessioni su cosa – davvero – rende un’opera “preziosa”.

 Il suo approccio critico e le idee

Sostiene che la critica d’arte — meglio definita “critica artistica” — non debba limitarsi a una mera analisi estetica o tecnica, ma interpretare l’opera nel suo contesto storico, sociale, culturale.

È molto critico nei confronti di quello che chiama “mercato dell’arte”: secondo lui spesso il valore economico di un’opera non corrisponde al suo valore estetico o artistico.

Propone un’arte “comprensibile” anche ai non addetti ai lavori, con un linguaggio accessibile, per favorire la fruizione pubblica della bellezza e dell’opera d’arte.

Si occupa di movimenti e generi diversi: dall’astrattismo e acquerello al muralismo, dalla pittura classica e rinascimentale fino all’arte contemporanea.

Alcuni esempi del suo lavoro e temi recenti

Nel 2025 ha pubblicato un articolo critico su “critica finta e mercato dell’arte”, denunciando il rischio di mercificare l’arte come qualsiasi altro bene di consumo.

Spesso commenta opere e artisti, da maestri come Piet Mondrian e astrattismo ad autori contemporanei, con l’obiettivo di chiarire visioni estetiche e storiche — ad esempio un suo approfondimento su un dipinto di Paul Cézanne, “I giocatori di carte”.

Per lui la critica è strumento di formazione civica e culturale: educare al gusto estetico significa anche sviluppare una sensibilità critica nei confronti della società e del bello.

Pregi e punti di forza

Ampia competenza: spazia su epoche, stili e tecniche molto diverse — dalla pittura rinascimentale al contemporaneo.

Impegno nella divulgazione: si propone di rendere l’arte e la critica accessibili anche ai non esperti.

Onestà intellettuale: critica con lucidità la mercificazione dell’arte, invitando a riflettere sul valore reale, non solo economico.

Versatilità nel ruolo: non solo critico, ma mediatore culturale, curatore, promotore di premi e attività culturali.

Critiche e limiti (o elementi controversi)

Il suo ruolo “multifunzionale” (critico, storico, curatore, promotore, organizzatore) può sollevare qualche dubbio sulla possibile conflittualità di interessi tra critica imparziale e attività di mercato o curatela.

Detto questo, Paolo Battaglia La Terra Borgese: l’egoismo

Da un qualsiasi vocabolario – esordisce il Critico d’Arte – possiamo apprendere che si tratta dell’amore eccessivo ed esclusivo di sé stesso o valutazione esagerata delle proprie prerogative, che porta alla ricerca permanente del proprio vantaggio, alla subordinazione delle altrui esigenze alle proprie e alla esclusione del prossimo dal godimento dei beni posseduti.

L’egoismo – attacca Paolo Battaglia La Terra Borgese – è la causa di tutte le sofferenze dell’uomo. In epoca medievale, essere un Cavaliere significava aderire a un preciso codice etico-comportamentale, operare e vivere in conformità a regole che, in pratica, traducevano in realtà la ricerca dell’idea di perfezionamento umano derivante dall’antico archetipo della Giustizia che prevedeva specificatamente la difesa del “gentil sesso”, benevolenza e misericordia verso gli altri, il disinteresse al vantaggio personale etc.

L’egoismo è la causa di tutte le sofferenze dell’uomo

L’egoismo è da sempre la causa di tutte le sofferenze dell’uomo. È nella Leggenda, tra i nove Cavalieri, che l’egoismo di Joabert, sotto forma di vendetta, prende sempre più il sopravvento su di lui spingendolo ad uccidere l’assassino di Hiram, e a fare ancora peggio tagliandogli la testa. La voglia egoistica di primeggiare fra gli altri otto Eletti ha prepotentemente il sopravvento sugli ordini ricevuti da Re Salomone.

Al ritorno alla reggia vediamo che l’ira e la vendetta prendono il sopravvento anche sul saggio Re Salomone, che, vedendo i suoi ordini non rispettati fedelmente, ordina a Stolkin di mettere a morte Joabert. Ma gli altri otto Eletti gettandosi ai piedi di Re Salomone implorano misericordia nei confronti dell’Eletto assassino. Tale richiesta è accolta dal Re, il quale si rende conto che un ulteriore assassinio avrebbe solo peggiorato la tragica situazione. A tal proposito – nota Paolo Battaglia La Terra Borgese – si richiami l’attenzione su alcuni particolari cromatici della leggenda, quello del colore rosso e quello bianco: questi colori nello Zohar, il libro denominato la Luce della Kabbalah, simboleggiano rispettivamente il giudizio e la misericordia.

La leggenda, infatti, invita a sviluppare maggiormente il lavoro su sé stessi, che è l’unico modo per acquisire la capacità di poter giudicare i fatti senza farsi influenzare dal proprio egoismo e quella di manifestare sempre la propria misericordia nei confronti di coloro che sono posseduti dal loro egoismo, concedendo loro la possibilità di una seconda chance.

Consci che tutto è congiunto, la connessione rappresenta un obiettivo da raggiungere proprio avendo la capacità di lavorare sul proprio egoismo, che porterà, così, la società a essere un solo uomo e un solo cuore.

Il racconto su Joabert apre su ulteriori possibili strade da battere per controllare i propri impulsi, anche i più forti: alla “vendetta” deve necessariamente sostituirsi la “Giustizia”, come sapientemente fa notare il Saggio Re Salomone con il suo esempio.

Inutile augurare al cocchiere di rinascere cavallo

Se davvero il cocchiere rinascesse cavallo da traino, si rigenererebbe ancora il male che si vuole invece combattere!

Il sangue genera sempre altro sangue – dice Paolo Battaglia La Terra Borgese -, se nessuno ha coraggio e forza per spezzare la tragica catena. Infatti, il gesto di disobbedienza dettato dall’ira e cosparso dal sangue dell’assassino del Maestro Hiram, ha macchiato indissolubilmente le mani e la coscienza del giovane Maestro Joabert che da Uomo è divenuto egli stesso assassino, sostituendosi alla “vera Giustizia”.

Questa parte di leggenda – spiega il critico d’arte – insegna che essere giustizieri violenti, guidati dalla vendetta ed accecati dall’ira, non rende molto diversi da coloro che hanno compiuto il primo delitto per altri scellerati motivi. Come accennato, solo un atto di clemenza può arrestare un’escalation di sangue e vendetta, nel nostro caso la spirale di violenza è interrotta da Salomone che ferma il Cav. Stolkin pronto a colpire mortalmente il giovane Joabert, con queste sagge parole: “Insensato! Ed ora è la vostra volta di coprirvi di sangue? Non credete che uccidendo questo Uomo, altri faranno ciò che voi gli fate?”.

La Giustizia non è altro che “la volontà di rispettare il diritto di ognuno mediante l’attribuzione di quanto gli è dovuto secondo la ragione e la legge”.

La sensibilità umana è (o dovrebbe essere) anche qualcosa di diverso, che poggia su regole di comportamento morali e universali, nel rispetto dei diritti dell’Uomo quale che sia la sua collocazione.

La Giustizia della Leggenda evidenzia due forze: una per difendere gli innocenti, l’altra per ammonire i colpevoli.

Quindi – afferma Battaglia La Terra Borgese -, l’esigenza di una vera Giustizia deve scaturire dalla ricerca d’indirizzi comportamentali individuali e collettivi che abbiano come fine il conseguimento dell’Uguaglianza, dei Diritti-Doveri, della Libertà, della Fratellanza.

Ogni azione dell’uomo deve essere perciò equilibrata, frutto della ragione e tale da non turbare l’equilibrio, l’armonia nella quale lui è inserito. Il rispetto di questa Armonia, cioè il rispetto delle regole, la conoscenza dei propri limiti e dello spazio a disposizione, nasce dall’Amore, Amore senza il quale non c’è Armonia. Pertanto l’elemento primo artefice della “Giustizia” non può essere che l’Uomo, l’Uomo Integrale, che ricerca il Bene, il Vero, il Giusto. Per questo motivo le società e le Costituzioni partono dal concetto di fondo dove l’Uomo-civiltà si configura come portatore di una Etica che sta alla base del comportamento e sulla quale si sviluppa tutto il rapporto con il prossimo e con le Leggi dello Stato di appartenenza.

L’Umano così assurge ad elemento primario, non soltanto nella creazione delle leggi, quanto nella relativa amministrazione. L’uomo, quindi, arbitro e giudice di un contesto che riconosce e accetta la capacità di un giudizio, anche il più severo.

Per il raggiungimento di tale scopo la società ha infatti generato le sue Regole, i suoi Codici e le sue Strutture di Controllo: una Giustizia che origina e prende forma dallo sforzo immane che la famiglia umana compie con l’intento di formare, con il suo insieme di uomini, un modello di organizzazione sociale con il proposito di estendere il bene a tutto il genere umano.

Accade però che la Giustizia condanni laddove l’etica assolva e viceversa. E tutto ciò che turba l’equilibrio non è giusto e pertanto il concetto di Giustizia è sottile ed infinitamente ampio. Il bene significa ciò che è equilibrato all’esteriore e all’interiore ed è per ciò che nel pensiero ebraico i demoni appaiono sempre privi di potere riguardo a tutto ciò che è equilibrato.

Al cospetto dei dodici Grandi Dei dell’antico Egitto – continua Battaglia La Terra Borgese -, Maât, che era nel medesimo tempo la Verità e la Giustizia, deponeva su un piatto della bilancia la penna di struzzo e sull’altro veniva posto in un vaso il cuore del defunto, simbolo della sua coscienza. Si compiva il rito della psicostasia: l’arresto, la pesata dell’anima per il giudizio. Il cuore del morto confessava quelle colpe che non aveva commesso (dichiarazione negativa) e la penna scriveva. Alla fine, se il piatto dove la penna aveva scritto era più pesante, l’anima era salva e poteva godere dell’immortalità; se invece il suo bisunto faceva pendere il piatto dov’era posto il cuore, era irrimediabilmente condannata. Nessun atto umano è a Dio indifferente.

Nel primo libro dei Re è raccontato il celebre dialogo, avvenuto nel sogno, tra Dio e Salomone.

Leggiamolo: “In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti, chi può governare questo tuo popolo così numeroso?». Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».

Qui il giovane re – chiarisce Paolo Battaglia La Terra Borgese – è presentato come modello di uomo saggio, che chiede come supremo dono da Dio il giusto discernimento per essere capace di governare bene il suo popolo. La saggezza di Salomone qui è qualificata come capacità di comprendere i propri limiti.

Pertanto «non c’è un’azione giusta che non sia anche atto di misericordia e di perdono e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa che non sia perfettamente giusta».

Quindi non si tratta di una saggezza quantitativa ma qualitativa. Ed è proprio qui, nella qualità di ogni singolo uomo, che entra in gioco la misericordia… una misericordia che deve, sempre e comunque, adeguarsi al rispetto della Costituzione e delle leggi.

Le caratteristiche di complementarietà argomentate si concretizzano a livello sacrale con la figura del Cavaliere, le cui prerogative tradizionali si incastrano perfettamente nell’impianto simbolico e funzionale allo scopo suddetto.

Il Cavaliere, infatti, all’alone di nobiltà spirituale aggiunge il fatto di incarnare le elevate qualità morali di difesa attiva dei principi fondativi e dei più deboli, assolvendo così al duplice compito richiesto. Durante il Medioevo, soprattutto nel periodo delle Crociate, la “cavalleria”, da semplice reparto militare, diviene rapidamente uno status sociale. E sempre più si è ritenuto che l’appartenenza alla classe cavalleresca comportasse un’elevazione sociale, la cerchia di individui che potevano fregiarsene divenne sempre più ristretta, sino a che l’investitura a cavaliere fu ritenuta un altissimo onore, una vera e propria iniziazione che conduceva l’individuo verso una dimensione quasi sovraumana, eroica.

In epoca medievale, essere un Cavaliere significava aderire ad un preciso codice etico-comportamentale, operare e vivere in conformità a regole che, in pratica, traducevano in realtà la ricerca dell’idea di perfezionamento umano derivante dall’antico archetipo della Giustizia che prevedeva specificatamente la difesa del “gentil sesso”, benevolenza e misericordia verso gli altri, il disinteresse al vantaggio personale etc.

Se ciò non bastasse, a tutt’oggi, una delle più alte onorificenze italiane è proprio il Cavalierato al Merito della Repubblica.

Dunque l’esortazione, il lavoro di Paolo Battaglia La Terra Borgese è di indurre a un certo comportamento, facendo leva sugli affetti oltre che sulla ragione: meno egoismo, come nell’insegnamento di Stanislavskij, per cui l’arte deve aprirsi al dialogo e alla comunità, non solo all’auto-celebrazione sterile.

L’egoismo nell’arte pittorica si manifesta principalmente attraverso il genere dell’autoritratto, dove l’artista si pone come protagonista assoluto, investigando il proprio sé, a volte come atto di celebrazione narcisistica (Caravaggio, Narciso), altre volte come indagine terapeutica sul proprio malessere e sulla condizione umana (Van Gogh), diventando un mezzo per esplorare la propria identità e la società circostante, spesso in modo tormentato.

In sintesi, l’egoismo nell’arte pittorica si traduce in un focalizzarsi sull’Io, trasformando l’artista in soggetto, oggetto e a volte unico spettatore della propria opera, con sfumature che vanno dalla celebrazione alla confessione.

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