La fragilità del territorio italiano torna al centro del dibattito pubblico e tecnico dopo i dati più recenti che mostrano una condizione ormai strutturale: il 94,5% dei comuni italiani convive con fenomeni di dissesto idrogeologico. Un quadro che assume un peso ancora più forte in Sicilia, dove la porzione di territorio coinvolta è cresciuta del 20,2% rispetto al 2021. Numeri che raccontano una pressione crescente su città, aree interne, infrastrutture e spazi abitati, imponendo una riflessione più ampia sul rapporto tra trasformazioni urbane, prevenzione e sicurezza. A partire da questo scenario si è sviluppata a Catania una giornata di studio dedicata ai territori tra rischio e valorizzazione, con un confronto tra professionisti, studiosi e rappresentanti delle istituzioni chiamati a misurarsi con una delle questioni più urgenti per il futuro del Paese.
L’incontro, ospitato nella sede dell’Ordine degli Architetti di Catania, ha messo in dialogo architetti, geologi, tecnici e amministratori sul tema della progettazione e della prevenzione del rischio idrogeologico. Il focus si è concentrato anche sul caso di Niscemi, assunto come esempio concreto per ragionare sugli interventi realizzati, sulle criticità irrisolte e sulle scelte che nel tempo avrebbero potuto incidere in modo più efficace sulla sicurezza del territorio. Dal confronto è emersa con forza la necessità di superare una logica emergenziale per adottare una visione stabile, capace di integrare conoscenza tecnica, pianificazione sostenibile, monitoraggio e azioni strutturali mirate. Non si tratta soltanto di reagire ai danni quando si manifestano, ma di costruire una cultura della prevenzione che entri nelle pratiche urbanistiche e amministrative, restituendo centralità alla qualità delle decisioni pubbliche e alla tutela delle comunità.
Catania, il confronto su prevenzione e rigenerazione
Nel corso della giornata, il presidente dell’Ordine regionale dei geologi di Sicilia, Paolo Mozzicato, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di un’azione coordinata e strutturale, sottolineando come il territorio italiano sia naturalmente predisposto a questi fenomeni e richieda un approccio integrato. L’analisi non si è limitata agli aspetti geologici, ma ha investito anche il ruolo della progettazione urbana. Per Alessandro Amaro, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Catania, l’approfondimento sulla conformazione di Niscemi ha consentito di leggere in maniera più chiara le criticità che si sono manifestate negli anni e di aprire una riflessione sulla pianificazione futura, dalla riqualificazione dell’esistente alla riduzione del carico urbanistico nelle aree più fragili.
Un passaggio centrale ha riguardato il cambiamento climatico, che rende sempre meno rinviabile l’integrazione del rischio idrogeologico fin dalle prime fasi del progetto. Melania Guarrera, presidente della Fondazione dell’Ordine Architetti PPC di Catania, ha ribadito che lo studio del terreno e delle acque non può restare un semplice adempimento formale, ma deve diventare parte della cultura progettuale contemporanea. Sul versante amministrativo, Venerando Russo ha ricordato che molte criticità sono note da anni, ma gli interventi sul suolo e sul sottosuolo vengono spesso rinviati perché meno visibili sul piano politico. Il dibattito ha toccato anche la tutela del patrimonio culturale, con l’intervento di Francesco Finocchiaro dell’Archeoclub d’Italia nazionale, che ha evidenziato il valore della catalogazione e della digitalizzazione dei beni diffusi. Antonio Cerbone, coordinatore del STN Campania, ha invece posto l’accento sul ruolo dei piani di emergenza come strumenti vivi e condivisi con i cittadini. A chiudere il confronto è stato Paolo Colonna del Renzo Piano Building Workshop, che ha rilanciato il tema del rammendo delle periferie: per città come Niscemi, la vera sfida non è espandersi, ma rigenerare l’esistente con visione, competenza e qualità progettuale.

