NAPOLI – Ogni volta che Napoli finisce sulle cronache per una sparatoria o una “stesa”, il racconto pubblico segue lo stesso copione. Tutti parlano del danno d’immagine, dei turisti spaventati, del rischio per l’economia cittadina. Anche dopo il gravissimo episodio di ieri a Montesanto, la filastrocca è stata ripetuta. Un uomo armato ha camminato per strada impugnando un enorme kalashnikov. Ha sparato in pieno giorno tra residenti, pendolari e visitatori. Eppure l’attenzione di molte testate e delle autorità politiche si è concentrata soprattutto sull’effetto che scene del genere potrebbero sortire sul turismo.
È una prospettiva miope. Il problema non è che qualche turista possa decidere di non prenotare più un weekend a Napoli. Il problema nasce in primis per i napoletani che quei vicoli li attraversano ogni giorno, per i commercianti che alzano la serranda al mattino per lavorare onestamente, per i bambini che crescono imparando che certe strade appartengono ai clan più che allo Stato. La sicurezza non è un servizio pensato per rassicurare chi arriva da noi in vacanza. È un diritto di chi vive un territorio. Dov’erano le forze dell’ordine? Dov’erano? Perché non sono intervenute subito?
Tra l’altro colpisce anche un altro aspetto del racconto mediatico. La parola “camorra” non viene quasi mai menzionata. Sembra essere diventata scomoda. Un tabù. Come quando spesso si preferisce parlare di baby gang, criminalità diffusa o bande giovanili. Eppure, quando dei giovani armati si contendono il controllo di un quartiere con modalità militari, non dovremmo chiamare le cose con il loro nome? Il contesto non è forse quello della criminalità organizzata? Cambiare vocabolario non cambia la realtà. La rende soltanto meno riconoscibile. Proprio ieri lo scrittore e giornalista Roberto Saviano ha dichiarato alla redazione de “Il Mattino”: «A Napoli si nega il problema, ma tutti sono pronti al peggio».
In questo quadro, in aggiunta, fa abbastanza ridere pensare al cosiddetto nuovo Decreto Sicurezza convertito nella Legge 24 aprile 2026, n. 54. Quello che ha introdotto misure più severe contro la violenza giovanile, il porto d’armi e le occupazioni. Era stato presentato come la risposta definitiva anche al problema degli episodi di aggressione per strada. Nel frattempo vediamo l’amante di trekking dover giustificare un coltellino nello zaino per eventuali emergenze in montagna e nei boschi. Allo stesso tempo autentici energumeni passeggiano con un mitra sotto al braccio come se trasportassero un ombrellone da piantare in spiaggia al mare. Senza neanche la complicità della notte.
L’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati – di per sé iniziative giuste e legittime – servono a poco se poi lo Stato è assente. E neanche la militarizzazione di certe zone costituisce una soluzione decisiva. Bisogna intervenire sulle organizzazioni criminali, sul controllo del territorio, sulla prevenzione e sulle opportunità sociali. Le leggi simboliche producono consenso, certo. Si vede ascoltando l’opinione pubblica e talvolta alle urne. Tuttavia si tratta di banale e arida propaganda. Molto più difficile, invece, è costruire uno Stato che sia presente ogni giorno dove oggi domina la paura. La vera emergenza non è salvare l’immagine di Napoli per non allontanare i turisti. Non dobbiamo nascondere la polvere sotto al tappeto. Urgente è restituire ai cittadini partenopei il diritto di vivere senza dover convivere con la camorra.
Di Valentina Mazzella

