Balneabilità a Napoli, Ditto: «Non basta il divieto stagionale»

L’imprenditore Enrico Ditto interviene sul tema della qualità delle acque del Golfo di Napoli, spostando l’attenzione dal singolo divieto estivo all’intera filiera che porta l’acqua fino in mare.

Ogni estate, puntuale come le prime ordinanze balneari, torna la stessa discussione: alcuni tratti di costa risultano interdetti alla balneazione, si accende la polemica, poi tutto rientra nel silenzio fino alla stagione successiva. Enrico Ditto, imprenditore napoletano del settore dell’ospitalità, prova a rompere questo schema ricorrente e a spostare il ragionamento su un piano diverso, quello strutturale.

«La balneabilità non si decide sulla battigia», dice Ditto. Una frase che riassume bene il senso del suo intervento: il problema, quando esiste, non nasce sulla spiaggia nel giorno in cui viene rilevato, ma molto più a monte, dentro una rete di infrastrutture che raramente finisce sotto i riflettori.

Una catena più lunga del divieto stagionale

Per Ditto la vera questione riguarda tutto ciò che accade prima che l’acqua raggiunga il mare. «L’acqua che raggiunge il mare rappresenta il punto di arrivo di una catena molto più lunga», spiega. «Finché guarderemo soltanto l’ultimo anello, continueremo a discutere degli effetti senza intervenire adeguatamente sulle possibili cause».

Reti fognarie, impianti di depurazione, controllo degli scarichi, manutenzione dei canali e delle foci: sono questi, secondo l’imprenditore, gli elementi da monitorare con continuità, non solo nei mesi caldi. «Le condizioni di un tratto di costa non cambiano senza ragioni», osserva Ditto, sottolineando come le criticità in uno di questi ambiti possano riflettersi sulla qualità delle acque marine anche a distanza di tempo e in zone diverse da quelle di origine.

Il legame tra acqua pulita e reputazione del territorio

C’è poi un aspetto che riguarda direttamente l’economia locale, in particolare il comparto turistico e ricettivo di Napoli e della sua provincia. «Per un’area che vive di accoglienza, turismo e ospitalità, la qualità dell’acqua non rappresenta un capitolo ambientale separato dal resto», afferma Ditto. «È parte della promessa che facciamo a chi sceglie di visitare e vivere il nostro territorio».

Il rischio, secondo l’imprenditore, è che si crei uno scarto tra l’immagine promossa e l’esperienza reale vissuta dai visitatori, con conseguenze dirette sulla credibilità dell’intera offerta turistica del Golfo.

Dati disponibili, ma serve più programmazione

Ditto chiude il suo intervento toccando il tema della trasparenza informativa. Le informazioni sulla qualità delle acque, ricorda, esistono già e sono consultabili sul portale dell’ARPAC. Il problema, a suo dire, sta altrove: «Il passaggio che deve essere rafforzato riguarda la capacità di tradurre questi dati in decisioni, interventi e risultati verificabili nel tempo».

Una trasparenza che, conclude, ha senso solo se diventa base concreta per l’azione e non un semplice archivio da consultare quando la stagione balneare è già cominciata.

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