Un comandante che chiede aiuto via radio, un passeggero che minaccia di gettarsi in mare, un equipaggio che non sa come reagire. È uno scenario più frequente di quanto si immagini, eppure resta uno dei capitoli meno raccontati della cronaca estiva legata alla nautica da diporto. A colmare questo vuoto arriva ora il primo decalogo italiano per la gestione delle emergenze psichiche a bordo, firmato da Vincenzo Barretta, psichiatra e Direttore Scientifico del Centro Noesis di Napoli, centro specializzato nella salute emotiva e comportamentale.

Il documento nasce da un’osservazione diretta: ogni estate, con l’apertura della stagione della nautica, al Centro Noesis arrivano richieste di aiuto che non somigliano a nessuna altra. Non provengono da uno studio medico né da un pronto soccorso, ma da un’imbarcazione al largo, attraverso un telefono satellitare o una radio di bordo.

Un’emergenza che nessuno racconta

«In mare non esiste il pronto soccorso dietro l’angolo: quando la crisi psichica arriva a bordo, l’equipaggio è solo», spiega Barretta. Tra il momento in cui una persona perde il controllo e l’arrivo di un sanitario possono trascorrere ore, durante le quali le decisioni ricadono su un comandante, un marinaio o una hostess di bordo: figure preparatissime nel proprio ruolo, ma senza alcuno strumento per affrontare uno scompenso psichico.

Nella cronaca estiva della navigazione da diporto si parla spesso di avarie, incagli, collisioni. Solo nell’estate 2025 la Guardia Costiera ha soccorso 403 unità da diporto, tra problemi al motore, condizioni meteo avverse e incagli. Il disagio psichico, invece, non figura in nessuna statistica ufficiale. Eppure chi naviga sa che il problema esiste, ed è tutt’altro che raro.

Perché la barca amplifica la fragilità psichica

Una vacanza in barca concentra, in pochi metri quadrati e pochi giorni, gran parte dei fattori che la clinica riconosce come scatenanti di uno scompenso psichico: alcol, sostanze, privazione di sonno, disidratazione, colpo di calore, conflitti relazionali in uno spazio chiuso da cui non si può allontanarsi.

C’è poi un elemento che lo psichiatra definisce il più sottovalutato: l’interruzione della terapia farmacologica durante le vacanze. «Molti pazienti stabilizzati smettono di assumere i farmaci perché associano la vacanza alla sospensione delle regole», racconta Barretta. «Lo fanno in buona fede, spesso senza avvisare nessuno. Poi, a trecento miglia dalla costa, il compenso psichico salta».

L’imbarcazione, aggiunge, non genera la patologia: la porta alla luce. È un ambiente chiuso, senza vie di fuga, con una gerarchia rigida e una convivenza forzata. Tutto ciò che a terra si riesce a gestire, in mare si amplifica.

Il decalogo per comandanti ed equipaggi

Da questa esperienza clinica nasce un documento pensato per comandanti, equipaggi, hostess e steward: dieci indicazioni operative per affrontare un’emergenza psichica a bordo senza improvvisare, tutelando la persona coinvolta, gli altri passeggeri e l’equipaggio stesso.

Il primo punto riguarda la sicurezza immediata: allontanare oggetti pericolosi, impedire l’accesso alle zone da cui si potrebbe cadere in acqua. Segue l’indicazione di mantenere la calma, evitando toni autoritari o provocatori, che rischiano solo di alimentare la crisi.

Il decalogo suggerisce poi di ridurre gli stimoli intorno alla persona coinvolta — luci, rumori, presenza di curiosi — e di instaurare un dialogo pacato, senza mettere in discussione eventuali deliri o allucinazioni. Frasi come «si sbaglia» o «si controlli» sono da evitare; meglio «sono qui per aiutarla» o «pensiamo insieme a come stare al sicuro».

Fondamentale, secondo Barretta, è anche capire rapidamente la causa dell’episodio: può trattarsi di abuso di alcol, sospensione di una terapia, un attacco di panico, ma anche di un colpo di calore o un’ipoglicemia. Da qui la valutazione del livello di rischio, il coinvolgimento immediato del comandante e il contatto tempestivo con i servizi di emergenza — Guardia Costiera, 112 o 118 — comunicando posizione della barca, sintomi e comportamenti osservati.

Il decalogo raccomanda infine di evitare interventi rischiosi, come immobilizzare la persona senza necessità reale o somministrare farmaci non prescritti, e di documentare con precisione quanto accaduto, informazioni che si riveleranno preziose per i sanitari.

Il principio che guida tutto il protocollo

C’è un punto che Barretta considera imprescindibile: ogni episodio acuto va trattato, in prima battuta, come una possibile emergenza medica oltre che psichiatrica. Ictus, traumi cranici, infezioni o colpi di calore possono manifestarsi con sintomi identici a quelli di un disturbo psichico. Scambiare un evento cerebrovascolare per una semplice “crisi di nervi” è, secondo lo psichiatra, l’errore più pericoloso che si possa commettere in mare.

Per questo motivo, il protocollo raccomanda che ogni imbarcazione tenga a bordo l’elenco dei numeri di emergenza, un kit di primo soccorso, soluzioni reidratanti e la possibilità di contattare un medico via radio o telefono satellitare quando ci si trova lontano dalla costa.

«Non chiediamo agli equipaggi di diventare psichiatri», conclude Barretta. «Chiediamo che sappiano riconoscere un’emergenza e cosa fare nei primi venti minuti, quando sono gli unici presenti. Sulle emergenze cardiologiche questa cultura è stata costruita: oggi un defibrillatore a bordo non stupisce nessuno. Sulle emergenze psichiche siamo ancora fermi all’improvvisazione».

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