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From Varsavia with Love.

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Napoli – Una guerriglia urbana durata quasi quarantotto ore, cominciata a Fiumicino e conclusa in Via Marina con lo sfogo finale sulla macchina di quattro ragazzi che stavano rientrando a casa, ritrovatisi a piangere nervosamente con i cellulari in mano e i fazzoletti insanguinati del compagno di disavventura, sospesi tra il sentimento di rabbia per la macchina incendiata e quello di paura che avrebbe voluto farli scappare via prima possibile. Uno di loro è stato picchiato.

A battaglia conclusa, il bollettino recita di 16 arresti (7 napoletani, 7 polacchi e due bulgari gemellati al “tifo” partenopeo) e di 14 feriti, tra i quali compaiono anche esponenti delle forze dell’ordine.

La notte che accompagna il Napoli di Sarri verso il record dei 18 punti e 22 gol segnati in un girone europeo, cosa mai successa ad una squadra italiana, lascia l’amaro in bocca di una sfogliatella che spesso e volentieri, invece di integrare, finisce per diventare motivo di imbarazzo per la quasi totale maggioranza del popolo partenopeo.

Una trasferta mirata ai tafferugli quella dei tifosi polacchi, cominciata all’aeroporto della Capitale con il fermo di 200 tifosi, 3 arresti con Daspo emesse dal Questore di Roma e una denuncia.

Tra i bagagli perquisiti sono stati trovati lacrimogeni, passamontagna, un tirapugni in metallo e l’innovazione rappresentata da un batticarne che da una macelleria di Varsavia, viaggiava incontrastato verso Fuorigrotta.

Proseguita a Capodimonte intorno alle 22 di mercoledì sera e continuata a Piazza Garibaldi dalle 23 in poi, con il secondo atto di un copione violento che si è concluso a Piazzale Tecchio, prima e dopo la gara.

Sedie e tavolini hanno fatto da apripista alle cariche della polizia, al lancio di lacrimogeni con gli hooligans polacchi che ad intermittenza indietreggiavano per riorganizzarsi.

Il Napoli ha vinto, il Calcio ha perso.

E come spesso accade in questi casi, la sensazione è che molte situazioni continueranno a sfuggire di mano. Con un tifo sempre più carico di alibi pronti a dare sfogo alle oppressioni sociali, piuttosto che all’amore per una maglia che possa dare il sorriso alla propria città.

Frutto di un’unione mai avvenuta in maniera globale, di un tifo più vicino alle cozze che a quello sportivo. Che nella maggior parte dei casi, anzi, degli stadi, continua a lasciare interi spazi riservati a gruppi di pregiudicati, delineati dalle strisce rosse e bianche.

Manco ci fosse un pericolo di crollo, manco se ne stesse cadendo lo stadio.

Anche se poi, a pensarci bene, lo stadio se ne sta cadendo veramente.

di Jacopo Menna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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