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Le pietanze per le feste di Pasqua nella Napoli dell’800

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Benvenuti al nuovo appuntamento della rubrica:
“Napoli antica: storia, aneddoti e curiosità”.

In una terra dove anche la cucina e il cibo attirano turisti da tutto il mondo, la tavola napoletana di Pasqua non poteva essere non rispettosa delle antiche tradizioni.

In campo alimentare l’unità nazionale avvenne prima del 1861. Nella bottega del pizzicagnolo, all’inizio dell’800, i prosciutti del Cilento davano la mano agli zamponi di Modena e alle mortadelle di Bologna. Il caciocavallo del Regno fraternizzava con il parmigiano di Lodi. Il cacio di Cortona si abbracciava con quello di Sardegna e la ricotta salata di Avella dava un bacio a quella fresca di Roma.

Prima di Pasqua cresceva il lavorio preparatorio: alle solite cantilene dei venditori si aggiungeva quella del grano della pastiera e su tutti dominava il grido del beccaio ambulante: “Chi ammazza ‘o piecoro?“.

I piatti d’obbligo erano: la minestra di Pasqua, lo spezzatello con uova e piselli, l’agnello al forno, il tortano, il casatello e, per corona e suggello del pranzo, la pastiera.

All’indigestione provvedeva il moto corporale e l’aria di campagna. L’ubriachezza passava con un buon sonno e le risse – quelle che non finivano ai Pellegrini – avevano ben presto compiacimento in una pace procurata tra i compari.

In nessun paese al mondo il popolo celebra le feste come a Napoli. L’ardore meridionale, la spensieratezza, l’abbandonarsi alla gioia perché questa si insinui nell’anima, per tutti i pori del corpo, sono privilegio speciale del popolo napoletano.

FONTE: L’elaborato ha preso spunto dal libro “Usi e costumi di Napoli” (1866) di Emmanuele Rocco, filologo italiano noto per i suoi studi di lessicografia italiana e napoletana e protagonista della vita culturale napoletana dell’800.

Con l’invito a non esagerare con le prelibatezze napoletane, vi auguro una buona Pasqua! 

Pino Spera, Responsabile della Sezione Storia della Biblioteca I Care, Pomigliano d’Arco (NA).

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