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“Non ti pago” con Sergio Castellitto: il teatro di Eduardo con un tono meno eduardiano

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RECENSIONE – Il grande teatro di Eduardo è sempre sublime in tutte le salse. Anche quando la resa di una sua opera non regge le aspettative o certi standard. Lo dimostra la messa in onda di “Non ti pago” ieri sera su Rai Uno. Il film è tratto dall’omonimo spettacolo teatrale scritto da De Filippo nel 1942 e registrato per la televisione nel 1964. Prodotto da una collaborazione di Picomedia con Rai Fiction, “Non ti pago” è stato curato dalla regia di Edoardo De Angelis. Conclude una trilogia non troppo brillante che aveva dato la luce “Natale in casa Cupiello” nel 2020 e “Sabato, domenica e lunedì” nel 2021.

In tutte e tre le opere il protagonista è stato interpretato da Sergio Castellitto. In realtà anche “Non ti pago” era stata realizzata nel 2021. Molti rumors avanzano l’ipotesi che la sua trasmissione sia stata posticipata di quasi tre anni proprio per l’accoglienza poco calorosa dei due precedenti tentativi. La diffidenza del pubblico era in agguato ed effettivamente non a torto.

“Non ti pago” è un film dai colori accesi, sgargianti. Probabilmente per comunicare immediatamente leggerezza allo spettatore. Non disdegna a momenti dei guizzi kafkiani. Le scenografie di Carmine Guarino sono squisite quanto i costumi di Massimo Cantini Parrini. L’esplosione di giallo, i girasoli, il pappagallo, le vetrate sono obiettivamente delle gioie per gli occhi. Sono estremamente distanti dalla sobrietà degli ambienti allestiti per gli spettacoli in cui recitava Eduardo. Offrono tuttavia un’interessante alternativa.

Il cast è di per sé valido: Sergio Castellitto, Maria Pia Calzone, Angela Fontana, Gianluca Di Gennaro, Pina Turco, Maurizio Casagrande, Giovanni Esposito. Il vero fiore all’occhiello è la presenza di Antonio Casagrande, scomparso purtroppo nel 2022. L’attore era l’unico della compagnia ad aver avuto l’onore di recitare da giovane con De Filippo in persona. “Non ti pago” è stata la sua ultima apparizione in un prodotto cinematografico e, per di più, l’ha fatto accanto al figlio Maurizio che nel film interpreta Don Raffaele.

Ciò che stona, invece, è proprio l’interpretazione di Sergio Castellitto. Nonostante lui sia generalmente un attore in gamba, in “Non ti pago” si avverte innanzitutto la sua dizione da non napoletano. Potremmo anche – assurdamente – sorvolare su questo aspetto riflettendo su quanto sia giusto offrire la napoletanità di Eduardo al mondo. Probabilmente De Filippo non sarebbe stato d’accordo su questo punto perché detestava gli stravolgimenti del suo lavoro, anche i cambiamenti più innocenti. Come accade per Shakespeare, è però doveroso che il teatro di Eduardo non venga dimenticato e sia messo in scena anche da nuovi artisti, anche con interpretazioni originali.

Ciononostante, quando ti misuri con il genio creativo di De Filippo, il confronto è purtroppo inevitabile. Sergio Castellitto prova a emularne la recitazione. Si percepisce lo studio attento che è alla base della sua performance. Eppure il risultato conserva ugualmente un piglio forzato. Quel che spiace è, inoltre, la rappresentazione di un personaggio più aggressivo e meschino di quello impersonato a suo tempo da Eduardo. De Filippo era un maestro della tragicommedia. Riusciva a coniugare rabbia, amarezza e scherno in un’unica espressione. Castellitto rende forse più bidimensionale questa complessità di emozioni.

“Non ti pago” resta in ogni caso un film interessante per il suo potenziale. Ha il merito di divulgare un’opera teatrale che offre spunti di approfondimento sulla cabala, la superstizione, l’ossessione per il gioco, la percezione fortuna, la credenza popolare, la cultura napoletana, il rapporto tra fede e razionalità. Un trattato di filosofia e antropologia non basterebbe per discutere ogni volta dei significati più profondi del pensiero eduardiano. Non da meno, ci sono poi i sentimenti umani. Come spiega il vero Eduardo nel prologo, la premessa parte dell’assurdo, ma gli eventi si rivelano alla fine l’occasione per mostrare luci e ombre del genere umano nella loro universalità.

Di Valentina Mazzella 

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