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Socrate, Paolo Battaglia La Terra Borgese: il 15 febbraio 399 avanti Cristo, nell’Atene Classica, cessava un cardine della nostra civiltà

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Socrate svelato da Paolo Battaglia La Terra Borgese: Era un ometto buffo, con un gran cranio calvo a cupola, una faccia che in proporzione appariva piccola, un naso a palla volto in su, e una lunga barba fluente, incongrua su quella faccia scanzonata.

I suoi amici – rivela Paolo Battaglia La Terra Borgese – lo prendevano spesso in giro per la sua bruttezza, e lui stava volentieri allo scherzo. Era povero, e gli piaceva bighellonare: di mestiere era scalpellino, una specie di scultore di second’ordine, ma non lavorava mai più dello stretto necessario per mantenere la moglie e i tre figli. Preferiva discorrere. E poiché la moglie era una brontolona che si serviva della lingua come un mulattiere infuriato si serve della frusta, non stava mai cosi bene come quand’era fuori di casa.

Si alzava prima dell’alba, faceva una colazione affrettata di pane inzuppato nel vino,

s’infilava una tunica… e sopra un mantellaccio, e via! usciva in cerca di una bottega, di un tempio, di una casa amica o di un bagno pubblico, magari soltanto di un angolo di strada familiare, dove potesse trovare da discutere. Le discussioni fervevano ovunque, nella città in cui viveva: la città era Atene, e l’uomo di cui stiamo parlando era Socrate – svela Paolo Battaglia La Terra Borgese.

Non soltanto il suo aspetto era strambo, ma qualcosa di strambo

era anche nelle sue idee, e nella bonaria, suggestiva cocciutaggine con cui le sosteneva. Un amico suo aveva chiesto all’oracolo di Delfo chi fosse l’uomo più sapiente di Atene, e con meraviglia di tutti la sacerdotessa aveva nominato Socrate, il fannullone. «L’oracolo» disse Socrate a commento del responso «ha indicato me come il più sapiente ateniese perché sono il solo che sa di non sapere

Questo Atteggiamento – indica Paolo Battaglia La Terra Borgese – di umiltà furba e leggermente maliziosa gli dava un enorme vantaggio nella discussione, tanto da fare di lui un vero flagello. Con il protestare la propria ignoranza, tempestava l’interlocutore di domande come un giudice istruttore, portandolo a fare le ammissioni più sbalorditive.

Socrate fu il grande apostolo del ragionamento.

Percorreva le vie di Atene predicando la logica cosi come 400 anni dopo Gesù avrebbe percorso i villaggi della Palestina predicando l’amore. E come Gesù, senza aver mai scritto una sola parola esercitò sulle menti degli uomini un’influenza che nemmeno quella di un’intera biblioteca potrebbe superare. Era solito interpellare direttamente un cittadino autorevole, un grande oratore o chiunque altro, chiedendogli se sapeva davvero quello di cui stava parlando. Un insigne uomo di governo, poniamo, terminava un discorso patriottico sul coraggio e sulla gloria di chi muore per il proprio Paese; Socrate si faceva avanti e diceva:

«Scusa se m’intrometto, ma che cosa intendi esattamente per coraggio?»

«Il coraggio consiste nel restare al proprio posto nel pericolo» rispondeva l’altro seccamente.

«Ma supponi che una buona strategia imponga che ci si ritiri?» chiedeva Socrate.

«Ah, bene, in tal caso la cosa cambia aspetto. In tal caso ti ritireresti, è naturale.»

«Dunque il coraggio non consiste nel restare al proprio posto o nel ritirarsi, non è cosi? Secondo te, che cos’è il coraggio?»

L’oratore si accigliava. «Mi metti in imbarazzo. Temo di non saperlo con esattezza.»

«E nemmeno io» rispondeva Socrate. «Ma mi domando se non sia semplicemente la stessa cosa che usare il proprio criterio. Vale a dire, fare ciò che è ragionevole, indipendentemente dal pericolo.»

«Mi sembra che questo ci si avvicini di più» diceva qualcuno nella folla, e Socrate si girava verso il nuovo interlocutore.

«Vogliamo allora convenire – in via d’ipotesi, naturalmente, poiché la questione è difficile – vogliamo convenire che il coraggio è giudizio retto e sicuro? Il coraggio è intelligenza. E l’opposto, in tal caso, sarebbe la presenza di un sentimento cosi forte da offuscare l’intelligenza?»

Socrate conosceva il coraggio per esperienza personale

– racconta Paolo Battaglia La Terra Borgese -, come gli ascoltatori sapevano, poiché il suo comportamento fermo e impavido alla battaglia di Delo era cosa nota, al pari della sua resistenza fisica. E possedeva anche il coraggio morale. Tutti ricordavano come lui solo avesse sfidato il furore popolare seguito alla disfatta navale delle Arginuse, quando dieci comandanti erano stati condannati a morte per aver mancato di salvare i soldati che annegavano. Allora Socrate aveva sostenuto che, colpevoli o innocenti, processarli e condannarli in gruppo era un’ingiustizia.

La conversazione che Paolo Battaglia La Terra Borgese ha riportato è, naturalmente, immaginaria nei particolari. Ma rende bene la qualità essenziale che fece di Socrate, quest’uomo cosi affascinante con la sua faccia di rana e la sua parola persuasiva, un caposaldo nella storia della civiltà umana. Socrate insegnò – afferma il critico d’arte – che ogni lodevole comportamento ubbidisce all’intelletto, che le virtù consistono in fondo nel prevalere della logica sul sentimento.

La temperanza, mi pare di sentirglielo dire – enfatizza Paolo Battaglia La Terra Borgese -, è una rotta a mezzo tra l’astinenza e l’indulgenza, stabilita dal timoniere che chiamiamo ragione. Mantenersi in bilico tra l’orgoglio e l’umiltà eccessiva, che è la più ardua forma di equilibrio, richiede, com’è ovvio, un intelletto sempre vigile. C’è la volta in cui occorre offrire l’altra guancia e la volta in cui bisogna reagire – questo è il modo socratico di parlare – e soltanto l’uomo che ragiona sa distinguerle. L’azione giusta, in breve, è quella dettata dalla logica e dall’intelligenza.

Oltre ad insistere sull’importanza etica del ragionar bene, Socrate fu il primo ad ammaestrare gli uomini in quest’arte.

Per primo – spiega Paolo Battaglia La Terra Borgese – insegnò a definire i termini del ragionamento. «Prima di cominciare a discutere» diceva «decidiamo di che cosa stiamo discutendo.» Questo indubbiamente era stato detto prima di lui in conversazioni private, ma Socrate ne fece il suo vangelo.

L’arte di vivere

Per tre generazioni prima di Socrate i filosofi greci avevano studiato la Natura e le stelle, dando inizio, in una magnifica fioritura intellettuale, a quella che noi chiamiamo scienza. Socrate applicò il metodo scientifico allo studio dell’arte di vivere. Ai suoi tempi – ricorda con una nota storica Paolo Battaglia La Terra Borgese – il mondo magnifico delle città greche sovrane e della cultura greca si estendeva in tutto il bacino del Mediterraneo e, attraverso il Mar Nero, fino alle coste dell’attuale Russia. Le navi dei mercanti greci dominavano il commercio mediterraneo. Sotto la guida di Atene, grande città commerciale, i Greci avevano da poco sconfitto le armate persiane. Ad Atene accorrevano da tutte le parti del mondo pittori, poeti, scienziati e filosofi, scolari e maestri. Fin dalla lontana Sicilia le famiglie agiate mandavano i loro figli in Greciaperché seguissero Socrate nelle sue passeggiate e ne ascoltassero i personalissimi ragionamenti. Il vecchio filosofo non voleva onorario.

Si vantarono di discendere da lui, l’eredità socratica oggi

Tutte le grandi scuole filosofiche che sorsero, prima nel mondo greco e poi in quello romano, si vantarono di discendere da lui – afferma Paolo Battaglia La Terra Borgese-. Platone era suo discepolo e Aristotele era discepolo di Platone. Oggi viviamo ancora nell’eredità socratica. L’insegnamento di Socrate non avrebbe lasciato un’impressione cosi profonda nel mondo se lui non l’avesse pagato con il martirio. Sembra strano mettere a morte un uomo per aver «introdotto definizioni generali»; tuttavia se si pensa a ciò che quella nuova tecnica di pensiero, portata ostinatamente alle sue estreme conseguenze, poteva fare contro antiche e venerate credenze, la cosanon sorprende. Per i suoi giovani amici d’idee moderne, Socrate era l’uomo più inoffensivo del mondo, ma migliaia di vecchi codini e anche molti conservatori avveduti dovevano considerarlo un fanatico pericolosissimo. Due erano le accuse contro Socrate – contabilizza Paolo Battaglia La Terra Borgese -: egli non credeva agli dei riconosciuti dalla città e «corrompeva i giovani».

Pensare con la propria testa.

Che cosa intendessero esattamente gli accusatori di Socrate – si chiede Paolo Battaglia La Terra Borgese – non è ben chiaro per noi oggi, ma certo i giovani amavano questo vecchio. Il fascino delle idee nuove, l’invito a pensare con la propria testa li attirava a lui, mentre i loro genitori temevano che imparassero dottrine sovversive (“IL VIZIO DEL DOGMA”, esclama forte Battaglia La Terra Borgese). Poi, per giunta, uno dei suoi discepoli, il focoso e volubile Alcibiade, era passato al nemico durante la guerra contro Sparta. Non era colpa di Socrate: ma Atene, nel bruciore della sconfitta, era in cerca di capri espiatori.

Condanna a morte

Socrate fu giudicato da una giuria di 501 cittadini e condannato a morte con soli 60 voti di maggioranza. È probabile – dice Paolo Battaglia La Terra Borgese – che ben pochi tra i votanti si aspettassero che morisse veramente. Intanto, la legge gli accordava il diritto di proporre una riduzione della pena e chiedere che la cosa fosse messa ai voti. Se lo avesse fatto con la imposta umiltà, pregando e supplicando com’era d’uso, indubbiamente più di 30 avrebbero votato in modo diverso. Ma Socrate – “e lo dico fiero di lui” precisa il critico – volle essere logico anche in questo. «Uno dei miei argomenti di fede» disse ai discepoli che andarono a trovarlo in carcere per esortarlo alla fuga «è il rispetto delle leggi. Un buon cittadino, come spesso vi ho detto, è quello che ubbidisce alle leggi della sua città. Le leggi di Atene mi hanno condannato a morte, e la logica vuole che io come buon cittadino debba morire.»

Questa dovette sembrare una stravaganza ai suoi amici ansiosi. «Non ti pare di portare l’induzione un po’ troppo lontano?» protestavano.

Ma il vecchio (“nella nozione aulica del termine” – puntualizza Paolo Battaglia La Terra Borgese) – fu irremovibile.

Platone ha descritto l’ultima notte di Socrate nel Fedone. Socrate passò quella notte, come ne aveva passate tante altre, discutendo di filosofia con i suoi giovani amici. Il soggetto della discussione era l’immortalità dell’anima. Socrate inclinava a credervi, ma ascoltava senza preconcetti e con grave attenzione i suoi discepoli che erano di opinione diversa. Fino all’ultimo mantenne la sua serenità di spirito, senza permettere alle emozioni di sopraffare il suo pensiero. Pur dovendo morire dopo poche ore, discuteva spassionatamente sulle possibilità di una vita futura.

Avvicinandosi l’ora, gli amici gli si strinsero attorno a lui e si fecero forza preparandosi a vedere il loro diletto maestro bere la coppa del veleno. Socrate stesso la mandò a prendere un po’ prima che il sole tramontasse dietro i monti. Quando l’inserviente la portò, gli disse in tono pratico e calmo: «Tu che t’intendi di queste cose, dimmi quel che devo fare. »

«Devi bere la cicuta e poi alzarti e camminare» disse l’inserviente «finché ti sentirai aggravare le gambe. Allora ti coricherai e l’intorpidimento ti salirà fino al cuore.»

Un gallo ad Asclepio, Esculapio 

Socrate – ci narra Paolo Battaglia La Terra Borgese – fece come gli era stato detto, con calma e fermezza, interrompendosi soltanto per rimproverare i suoi amici che piangevano e singhiozzavano, quasi che non fosse quella la cosa giusta e saggia da fare. Poco prima di morire si tolse il panno che gli era stato messo sul volto e disse: «Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio: vedi di non dimenticartene.»

Poi chiuse gli occhi, si rimise il panno sul volto; e quando Critone gli chiese se aveva ancora qualche ultima disposizione da dare non rispose.

«Questa fu la fine dell’amico nostro» dice Platone, che ha descritto la morte di Socrate con parole indimenticabili « l’uomo migliore di quanti abbiamo conosciuto, il più sapiente e il più saggio.»

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