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Teatro San Ferdinando, “La Lupa” di Verga: la libertà sessuale e il femminicidio raccontati da Donatella Finocchiaro

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RECENSIONE – Può una novella pubblicata per la prima volta nel 1880 parlare ancora alla società di oggi? Come accade spesso, assolutamente sì. È la magia della letteratura e dell’arte. Ce lo dimostra in quest’occasione “La Lupa” di Giovanni Verga in un’esibizione prodotta dal Teatro Stabile di Catania nel 2022 per il centenario dalla morte del padre del Verismo. Lo spettacolo è in scena da ieri al Teatro San Ferdinando di Napoli fino a domenica 10 marzo. L’adattamento drammaturgico è stato curato da Luana Rondinelli. La rappresentazione è diretta da Donatella Finocchiaro, nel suo esordio alla regia. Al contempo la stessa veste i panni della protagonista, gnà Pina detta dai compaesani “la Lupa”.

Con lei sul palco Bruno Di Chiara interpreta Nanni; Chiara Stassi la figlia Maricchia. La performance con il resto del cast è lodevole: coordinata, vivace, coinvolgente. I dialoghi sono recitati in un melodioso siciliano, comprensibile per tutti e capace di evocare l’autenticità delle terre del Sud. Grazie anche alle musiche curate da Vincenzo Gangi, il pubblico assiste a uno spettacolo energico che trasuda fascino e sensualità. Uno spirito di contestazione soffia attraverso le scene, battuta dopo battuta. “La Lupa” è una storia verghiana, eppure attuale. Ambientata nella Sicilia del XIX, racconta anche la società contemporanea. Soprattutto per merito della regia di Donatella Finocchiaro che ha voluto evidenziare uno sguardo più femminile sulla vicenda rappresentata.

La Lupa, ieri come oggi, è una donna dalla forte carica erotica che non ha intenzione di castigare i propri istinti. Non nasconde la sua sensualità, il suo desiderio. Il medesimo considerato normale negli uomini in quanto vox populi sostiene: “L’uomo è di fuoco, la donna di stoppa, il diavolo arriva e soffia”. La Lupa è spregiudicata. Sfida i pregiudizi, i luoghi comuni. Esce “in quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina buona”. Non si cura delle malelingue del paese, di quanti l’additano come una pazza o un “satanasso”. La sua è una rivendicazione di libertà sessuale. Questa forma di ribellione le costa tuttavia carissimo. Ecco allora che l’opera di Verga e Finocchiaro solleva un altro velo. Trova lo spazio per denunciare la piaga del femminicidio, rivelando quanto una storia dell’Ottocento possa ancora fotografare anche il presente.

Di Valentina Mazzella 

 

 

 

 

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