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“Napoleon” di Ridley Scott: dalle inesattezze storiche all’amore per Giuseppina

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RECENSIONE – La premessa sarebbe da scrivere a lettere cubitali: “Napoleon” di Ridley Scott ha molte inesattezze storiche. Innegabile. Prima della data di debutto nelle sale (23 novembre), il kolossal era già stato abbondantemente criticato dagli storici. La replica del regista è stata ferma: non era nelle sue intenzioni realizzare un documentario fedele alla realtà dei fatti o un vero biopic. I fan più fedeli di Scott sono corsi alle sale nella consapevolezza che i film dell’autore non siano mai per davvero storicamente attendibili. Tra gli esempi in prima fila il celeberrimo “Il gladiatore” (2000) e “Le crociate – Kingdom of Heaven (Kingdom of Heaven)” (2005).

E da questa diatriba che traiamo spunto per snocciolare alcune osservazioni. Le dichiarazioni di Scott per tirare acqua al suo mulino sono condivisibili fino a un certo punto. La possibilità di stravolgere la storia al cinema può rientrare nella libertà di espressione artistica. Intoccabile e con i suoi pregi. Eppure non può essere sottovalutato che non tutti frequentano l’università, non tutti guardano documentari, non tutti studiano. Tuttavia a tutti – o comunque a molti – può capitare di guardare un film o dei suoi stralci. Magari anche soltanto facendo zapping sul divano. E allora diventa un po’ disonesto non ammettere che cambiare la narrazione storica nella finzione alle volte possa contribuire alla divulgazione di informazioni false dinnanzi a un vasto pubblico.

In conclusione “Napoleon” non racconta “la storia”, ma “una storia”. Forse in linea con un’interpretazione americana del passato, Scott si è ingegnato per decostruire il mito del leggendario condottiero. Il suo è un film politico con una malcelata impronta ideologica ricorrente oltreoceano. All’autore non interessa glorificare l’imperatore di Francia, il suo carisma, le sue doti militari e le imprese che lo hanno reso memorabile. Scott propone una sorta di Napoleone anti-napoleonico. Il risultato? Proprio per questi aspetti così aspramente criticati da una buona fetta di pubblico, “Napoleon” è una gran bella rivisitazione.

Non è banale. Offre agli spettatori un prototipo di Napoleone probabilmente distante dalla realtà, ma non per questo meno affascinante. La parte tecnica è impeccabile. Sebbene alle volte sia eccessivo l’uso del filtro blu in più sequenze del dovuto, la resa della fotografia è valida. La scelta dei costumi e delle scenografie è strepitosa. Le interpretazioni di Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby sono eccezionali. Il focus non è quasi mai sul genio militare e politico del protagonista. Le battaglie ci sono, ma quanto basta. Hanno pathos, un ottimo montaggio e la giusta epicità.

L’opera è quasi del tutto incentrata sul rapporto dell’imperatore con la moglie Maria Giuseppina. La loro relazione diventa il fulcro su cui è costruita la narrazione. Desiderio di Ridley Scott è stato esaltare il lato umano e fragile di Napoleone. Ne svela le insicurezze. In parte anche quegli aspetti che, del resto, hanno dato il nome alla famosa “sindrome di Napoleone”. 

È come se il regista percepisse il personaggio storico come due uomini in uno. Quello pubblico e quello privato. Scott ha scelto di immortalare per una volta il secondo, quello delle tenere e sdolcinate lettere a Giuseppina. Sicuramente il film stravolge e romanticizza molto, ma allo stesso tempo coinvolge, emoziona, commuove. Cosa più importante: sottopone all’attenzione uno sguardo nuovo su uno dei personaggi storici più imponenti e titanici della storia occidentale.

Di Valentina Mazzella

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