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Zerocalcare non parteciperà al Lucca Comics: “Il patrocinio dell’ambasciata di Israele rappresenta un problema”

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ROMA – Stamattina Zerocalcare ha comunicato sui suoi profili social che non parteciperà a Lucca Comics and Games. La fiera è in programma nel prossimo weekend, dal 1 al 5 novembre. Il fumettista roman ha spiegato che il motivo della sua scelta è il patrocinio dell’ambasciata di Israele sulla manifestazione. Si è scusato con lettori, lettrici, casa editrice e altri ospiti. Tuttavia ha deciso di fare una scelta di coerenza con i valori in cui crede. 

Il web impazza. Su Twitter chi apprezza il suo gesto rivendicando quanto la copertina dell’Espresso avesse ragione, anni fa, a decantarlo come “l’ultimo intellettuale in Italia”. Dall’altra chi non condivide le sue idee e critica aspramente la scelta. Nelle ultime settimane molti fan lo avevano anche accusato di non prendere posizione scrivendo nel merito. Al che Zerocalcare (pseudonimo di Michele Rech) aveva spiegato di esser solito esprimersi solo dopo aver davvero gli strumenti adatti per affrontare un dibattito.

Chi conosce da anni l’artista sa che non si tratta assolutamente di una trovata pubblicitaria. Zerocalcare è da anni vicino alla causa anche quando l’argomento non era al centro dell’attenzione mediatica come adesso. Soprattutto non è solito condividere pensieri per raccogliere consensi. Anzi, tutt’altro. Come dimostrano le polemiche che ha attirato in passato per le sue esternazioni sull’Articolo 41 bis.

A noi tutti ora resta ugualmente un quesito: il Lucca Comics è una manifestazione che verte sui fumetti e il mondo pop. La più importante in Italia che si affaccia addirittura sul piano internazionale nel suo genere. Perché gode di un patrocinio che, inevitabilmente, è così politicizzato in una fase storica per di più delicata come l’attuale? 

Di seguito le parole di Zerocalcare:

“Senza troppi giri di parole:

Purtroppo il patrocinio dell’ambasciata israeliana su Lucca Comics per me rappresenta un problema.

In questo momento in cui a Gaza sono incastrate due milioni di persone che non sanno nemmeno se saranno vive il giorno dopo, dopo oltre 6000 morti civili, uomini donne e bambini affamati e ridotti allo stremo in attesa del prossimo bombardamento o di un’invasione di terra, mentre politici sbraitano in TV che a Gaza non esistono civili e che Gaza dev’essere distrutta, mentre anche le Nazioni Unite chiedono un cessate il fuoco -il minimo davvero- che viene sprezzantemente rifiutato, per me venire a festeggiare li dentro rappresenta un corto circuito che non riesco a gestire.

Mi dispiace nei confronti della casa editrice, dei lettori e delle lettrici che hanno speso denaro per treni e alloggi magari per venire apposta, e anche per me stesso, perché Lucca per me è sempre stato un gigantesco accollo ma anche un momento di calore e di incontro.

Lo so che quello sul manifesto è solo un simbolo, ma quel simbolo per molte persone a me care rappresenta in questo momento la paura di non vedere il sole sorgere domattina, le macerie sotto cui sono sepolti i propri cari, la minaccia di morire intrappolati in quel carcere a cielo aperto dove tanti ragazzi e ragazze sono nati e cresciuti senza essere mai potuti uscire.

Sono stato a Gaza diversi anni fa, conosco persone che ancora ci vivono e persone che ci sono andate per costruire progetti di solidarietà, di sport, di hip hop e di writing. Quando queste persone mi chiedono com’è possibile che una manifestazione culturale di questa importanza non si interroghi sull’opportunità di collaborare con la rappresentanza di un governo che sta perpetrando crimini di guerra in spregio del diritto internazionale, io onestamente non riesco a fornire una spiegazione.

Non riesco nemmeno a dire loro del mio dispiacere di non esserci e di quanto questa cosa mi laceri, se lo paragono all’angoscia che sento nelle loro voci.

Non è una gara di radicalità, e da parte mia non c’è nessuna lezione o giudizio morale verso chi andrà a Lucca e lo farà nel modo che ritiene più opportuno, soprattutto non è una contestazione alla presenza dei due autori del poster Asaf e Tomer Hanuka, che spero riusciranno ad esserci e che si sentiranno a casa, perché non ho mai pensato che i popoli e gli individui coincidessero coi loro governi. Spero che un giorno ci possano essere anche i fumettisti palestinesi che al momento non possono lasciare il loro paese”.

 

Di Valentina Mazzella

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