Ogni fine agosto succede la stessa cosa. I giornali si riempiono di consigli su come affrontare la cosiddetta sindrome da rientro, i social si popolano di meme sulla fatica di tornare alla scrivania, e milioni di persone si convincono di avere qualcosa che, in realtà, non esiste. A dirlo senza mezzi termini è Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, centro specializzato in salute emotiva e comportamentale.
«La sindrome da rientro non è una diagnosi: è il conto di un’estate in cui non ci siamo mai assentati», spiega Barretta. Una frase che ribalta completamente la narrazione a cui siamo abituati ogni settembre.
Perché la sindrome da rientro non è una malattia
Il punto di partenza è tanto semplice quanto trascurato: questa presunta sindrome non compare in nessun sistema diagnostico riconosciuto a livello scientifico. Non si tratta di una dimenticanza degli esperti che stilano le classificazioni cliniche, ma di una scelta precisa. Il riadattamento a una routine dopo un periodo di pausa è un processo fisiologico del tutto normale, con tempistiche brevi e meccanismi ben conosciuti.
Secondo lo psichiatra, etichettare questo fenomeno come sindrome comporta due conseguenze negative. La prima è che si finisce per considerare come patologia qualcosa che patologia non è. La seconda, forse più grave, è che si sottrae attenzione al disagio psicologico reale, quello che si manifesta in autunno con caratteristiche ben più serie e che riceve, paradossalmente, molta meno copertura mediatica.
«Ogni settembre discutiamo per giorni di una condizione che non esiste, mentre di quelle che esistono non parliamo quasi mai», osserva Barretta. «Il paradosso è che questo eccesso di allarme su un fenomeno normale finisce per rendere meno riconoscibile il disagio vero, quello che non si esaurisce in due settimane e che meriterebbe una risposta clinica».
Il vero problema non è il rientro, ma la vacanza mai iniziata
Se il rientro al lavoro è un processo naturale e non patologico, resta da capire perché oggi risulti così più faticoso rispetto al passato. Per Barretta la risposta va cercata non nel momento del ritorno, ma in quello che lo precede.
Le vacanze, spiega lo psichiatra, hanno sempre rappresentato una discontinuità reale: un periodo in cui il lavoro diventava temporaneamente irraggiungibile. Questa condizione, oggi, è quasi scomparsa. La posta elettronica resta sempre a portata di mano, le chat di lavoro corrono sulle stesse app usate per parlare con la famiglia, e la reperibilità si nasconde in mille piccole interruzioni che nessuno considera vero lavoro, perché durano pochi secondi.
«Chi torna stanco da due o tre settimane di ferie non ha un disturbo. Ha una vacanza che non è mai cominciata», afferma il direttore scientifico del Centro Noesis. Cambiamo destinazione, ci spostiamo verso il mare o la montagna, ma non cambiamo davvero ambiente: quello digitale, fatto di notifiche e connessioni continue, ci segue ovunque, senza rispettare confini geografici.
Il diritto alla disconnessione come priorità collettiva
Da questa analisi nasce una domanda diversa da quella che di solito accompagna il rientro a settembre. Non si tratta di capire come sopravvivere al ritorno in ufficio, ma se siamo ancora in grado di staccare davvero durante le nostre pause.
Barretta chiama in causa un tema centrale: il diritto alla disconnessione, che considera imprescindibile per ogni lavoratore, non un privilegio da concedere caso per caso. «Il diritto al riposo, se l’ambiente immateriale resta accessibile in ogni ora e in ogni luogo, è un diritto svuotato», sottolinea.
Ma secondo lo psichiatra napoletano non basta una tutela normativa. Serve anche una vera educazione al benessere digitale, che dovrebbe partire dalla scuola e dalle famiglie prima ancora che dai luoghi di lavoro. Solo in questo modo, conclude Barretta, la salute mentale smetterà di essere vista come una questione di resistenza personale e tornerà a essere riconosciuta come una responsabilità condivisa da tutti.

