Bambino autistico torna da scuola con segni sul corpo: dopo la notizia, restano le domande

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di Giuseppe Musto

Ho raccontato su La Gazzetta Sociale (www.gazzettasociale.it)  la vicenda di un bambino di nove anni, autistico e non verbale, che, secondo quanto denunciato dalla famiglia, sarebbe tornato da scuola, nel corso dei mesi, con segni sul corpo, vestiti danneggiati e comportamenti che hanno destato preoccupazione.

La famiglia ha presentato una denuncia e messo a disposizione degli investigatori registrazioni audio e documentazione sanitaria. Ora saranno gli accertamenti a stabilire cosa sia realmente accaduto.

Ed è giusto che sia così.

Non spetta a noi stabilire responsabilità. Non spetta alla cronaca trasformarsi in una sentenza. Saranno gli organi competenti a verificare i fatti e a stabilire, se necessario, eventuali responsabilità.

Ma mentre raccontavo questa storia, una domanda ha continuato a tornarmi in mente:

Perché questa notizia arriva dopo mesi?

È una domanda semplice, ma forse non così semplice a cui rispondere.

Perché tra i primi segnali e il momento in cui una vicenda diventa pubblica può esserci un tempo lungo. Un tempo fatto di dubbi, domande, richieste di spiegazioni, preoccupazioni e, talvolta, silenzi.

Ed è proprio quel tempo che forse dovremmo imparare a guardare con maggiore attenzione.

Non per cercare colpe a tutti i costi.

Ma per capire.

Per capire se qualcosa avrebbe potuto essere visto prima.

Se qualcuno avrebbe potuto ascoltare prima.

Se qualche segnale avrebbe potuto essere interpretato diversamente.

Soprattutto quando quei segnali arrivano da una persona che non può raccontare con le parole ciò che vive.

Un bambino non verbale non può tornare a casa e spiegare cosa è successo durante la giornata.

Può però cambiare comportamento.

Può manifestare paura, disagio, sofferenza.

Può comunicare attraverso segnali che forse non tutti riescono a comprendere.

E allora la responsabilità degli adulti diventa ancora più importante.

Perché quando mancano le parole, bisogna imparare ad ascoltare ciò che le parole non possono dire.

Questa vicenda, al di là di ciò che emergerà dagli accertamenti, pone quindi una riflessione che va oltre il singolo caso.

Quanto siamo capaci di accorgerci delle cose prima che diventino una notizia?

È una domanda che dovremmo porci più spesso.

Perché non è la prima volta che, in situazioni diverse, emergono storie che coinvolgono persone fragili e che arrivano all’attenzione pubblica soltanto dopo un certo periodo di tempo.

E quasi sempre il copione sembra essere lo stesso.

Prima ci sono i segnali.

Poi arrivano le domande.

Poi una denuncia.

Poi l’indignazione.

Poi il clamore.

E dopo?

Dopo, spesso, il silenzio.

L’attenzione si sposta altrove.

La notizia viene sostituita da un’altra notizia.

Le promesse lasciano spazio alla quotidianità.

E noi rischiamo di ricordare tutto soltanto quando una nuova vicenda ci costringe a fermarci ancora una volta.

Ma deve essere davvero così?

Dobbiamo sempre aspettare che qualcosa accada per iniziare a chiederci se poteva essere evitato?

Dobbiamo sempre aspettare una denuncia per domandarci se i controlli siano sufficienti?

Dobbiamo sempre aspettare che una famiglia trovi il coraggio di esporsi per accendere i riflettori su una situazione?

Forse no.

Forse dovremmo imparare a fare le domande prima.

A verificare prima.

Ad ascoltare prima.

Perché prevenire significa anche questo: non aspettare che il problema diventi grande per accorgersi che esiste.

E allora la domanda successiva è inevitabile:

A chi spetta fare qualcosa?

Ai sindaci.

Ai presidenti degli enti locali.

Ai datori di lavoro.

A chi amministra.

A chi organizza e gestisce i servizi.

A chi ha responsabilità di controllo.

A chi lavora quotidianamente accanto ai bambini e alle persone più fragili.

A chi ha il compito di garantire che determinati luoghi siano davvero luoghi sicuri.

Alle istituzioni.

Alla politica.

A chi è chiamato a verificare.

A chi è chiamato a giudicare.

E, in qualche modo, anche a tutti noi.

Perché la tutela delle persone più fragili non può essere soltanto una responsabilità da affidare a qualcun altro.

È una responsabilità collettiva.

Non servono necessariamente grandi proclami.

Servono attenzione, presenza, formazione e controlli.

Serve la capacità di prendere sul serio un dubbio senza trasformarlo automaticamente in un’accusa.

Serve il coraggio di verificare senza aspettare che sia troppo tardi.

E serve soprattutto la capacità di non considerare normale ciò che normale non sembra.

Perché una scuola dovrebbe essere un luogo sicuro.

Un luogo nel quale una famiglia possa affidare il proprio figlio sapendo che sarà protetto.

E forse, quando quel figlio è particolarmente fragile e non ha la possibilità di raccontare ciò che vive, quella responsabilità dovrebbe essere ancora maggiore.

Non possiamo sapere, oggi, se questa vicenda sia un caso isolato.

Non sarebbe corretto affermarlo.

Ma possiamo porci una domanda:

Quanto conosciamo davvero ciò che accade nei luoghi che affidiamo alla cura degli altri?

È una domanda scomoda.

Ma forse proprio per questo è necessario porsela.

Perché indignarsi quando una storia diventa pubblica è facile.

Molto più difficile è accorgersi di ciò che ancora non è diventato una notizia.

E allora, dopo l’indignazione, cosa rimane?

Cambiano davvero le cose?

Vengono rafforzati i controlli?

Si cercano le cause?

Si ascoltano maggiormente le famiglie?

Si impara dagli errori?

Oppure, passato il clamore, tutto torna semplicemente come prima?

Questa è la parte che non dovrebbe interessarci soltanto per qualche giorno.

Perché se una vicenda diventa un’occasione per migliorare qualcosa, allora anche una storia dolorosa può lasciare una traccia positiva.

Se invece tutto si ferma all’indignazione, allora il rischio è quello di ritrovarci, prima o poi, a commentare un’altra storia.

Così resta il nostro pensiero, con la speranza che qualcuno lo ascolti.

Anche se, troppo spesso, abbiamo la sensazione che lascerà il tempo che trova.

Ma allora, a chi spetta davvero fare qualcosa?

Ai sindaci.

Ai presidenti degli enti locali.

Ai datori di lavoro.

A chi amministra.

A chi organizza.

A chi controlla.

A chi educa.

A chi assiste.

A chi ha responsabilità.

E a chi, ogni giorno, ha la possibilità di vedere un segnale e scegliere se fermarsi ad ascoltarlo oppure andare avanti.

E se abbiamo dimenticato qualcuno, aggiungetelo.

Ma soprattutto chiediamoci:

La nostra coscienza è davvero pulita?

Perché forse questa è la domanda più difficile.

Non soltanto dopo questa vicenda.

Ma dopo ogni vicenda.

Quando il clamore finisce.

Quando le telecamere si spengono.

Quando i titoli dei giornali vengono sostituiti da altri titoli.

È proprio allora che si capisce se l’indignazione è servita a qualcosa.

Perché proteggere chi non ha voce non significa soltanto intervenire quando ormai tutti ne parlano.

Significa, soprattutto, accorgersi prima.

E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire.

 

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